TASSE

Pm: “Maxi evasione Apple”. Sotto accusa l’Ad Italia e altri due manager

Chiusa l’inchiesta della Procura di Milano sulle presunte irregolarità fiscali. Il procuratore Bruti Liberati: “Redditi prodotti in Italia sono stati tassati in Irlanda a condizioni più favorevoli”. L’azienda: “Accuse prive di fondamento”

Pubblicato il 24 Mar 2015

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Concluse le indagini per presunta evasione fiscale nei confronti di tre manager di Apple. La procura di Milano, in attesa della decisione sul rinvio a giudizio, ipotizza il mancato versamento dell’Ires, dal 2008 al 2013, per un ammontare complessivo di circa 879 milioni di euro nell’arco dei cinque anni. Accusa che la casa di Cupertino respinge con decisione, definendo la tesi dei Pm come “priva di fondamento”.

“I redditi relativi all’attività commerciale svolta da Apple in Italia sono stati sottoposti a tassazione in Irlanda con applicazione di un’aliquota più favorevole, compresa tra lo 0,06% allo 0,05% rispetto a quella italiana pari al 27,50%”, spiega in una nota Edmondo Bruti LIberati, procuratore della Repubblica di Milano.

Apple è uno dei più grandi contribuenti al mondo e paghiamo ogni euro di tasse dovute ovunque operiamo – afferma in una nota un portavoce della società foindata da Steve Jobs – le autorità fiscali italiane hanno sottoposto a verifiche fiscali le attività italiane di Apple nel 2007, 2008 e 2009 e hanno confermato che eravamo in piena conformità con i requisiti di documentazione e di trasparenza Ocse. Queste nuove accuse contro i nostri dipendenti sono completamente prive di fondamento – conclude il comunicato – e siamo fiduciosi che questo procedimento arriverà alla stessa conclusione”.

L’avviso di conclusione dell’ inchiesta, intanto, riguarda il legale rappresentante e l’amministratore delegato di Apple Italia Enzo Biagini e il direttore finanziario Mauro Cardaio, nonché il manager della irlandese Apple Sales International, Michael Thomas O’ Sullivan. Ai tre è contestato il reato di omessa dichiarazione in base all’ articolo 5 del Decreto legislativo 74/2000. Ai tre indagati, si legge nella nota di Bruti Liberati, “è contestato, nei loro rispettivi ruoli, l’aver omesso di dichiarare redditi prodotti in Italia attraverso una
stabile organizzazione occultata all’interno della Apple Italia s.r.l., che formalmente svolgerebbe solo attività di marketing e supporto alle vendite”.

Dalle indagini, spiega il procuratore, è emerso che “il team vendite di Apple Italia s.r.l. opera come agente dipendente per conto delle società irlandesi, avendo il potere di negoziare e decidere, in modo vincolante, tutti gli elementi e i termini dei contratti commerciali di compravendita relativi ai prodotti Apple destinati alla rete di distribuzione nazionale (grande distribuzione e compagnie telefoniche), siglati solo formalmente in Irlanda”. “I relativi redditi – sottolinea Bruti LIberati – devono quindi ritenersi come prodotti in Italia perché derivati da attività commerciale svolta in Italia da società residente”.

L’indagine è coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dai pm Adriano Scudieri e Carlo Nocerino, ed è stata condotta dagli uomini della direzione regionale lombarda dell’Agenzia delle Dogane e dell’Agenzia delle Entrate. La tesi dell’accusa è che i profitti realizzati in Italia dalla multinazionale, secondo uno schema che sarebbe stato seguito da altri colossi dell’ hi-tech e di internet, a partire da Google, caso su cui a Milano è aperta un’inchiesta ma a carico di ignoti, sarebbero stati contabilizzati dalla società che ha sede in Irlanda, Paese dove la pressione fiscale è più favorevole.

L’apertura del fascicolo risale a due anni fa, e aveva portato tra le altre cose anche a una perquisizione nella sede milanese della Apple e al sequestro di materiale informatico e telefonico. Allora i pm avevano contestato un altro reato, la dichiarazione dei redditi fraudolenta (art.3 sempre del Decreto Legislativo 74 del 2000), e il periodo di imposta su cui erano partiti gli accertamenti erano il 2010 e il 2011. Ma dopo una serie di approfondimenti, gli inquirenti hanno riformulato il capo di imputazione riferendolo ai cinque anni dal 2008 al 2013.

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