L'ANALISI DEL CNR

Pnrr, spingere la ricerca per l’innovazione di manufacturing e servizi. L’Italia ce la farà?

Sul piatto 17 miliardi. Germania e Francia destinano le risorse verso specifiche filiere industriali, mentre nel nostro Paese più elevata la quota a sostegno di misure orizzontali. E resta forte la disparità Nord-Sud

Pubblicato il 16 Feb 2022

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Il Pnrr sarà in grado di far compiere all’Italia un salto quantico verso un modello economico sostenibile trainato dalla ricerca e dall’innovazione nella manifattura e nei servizi avanzati? E come ridurre la forte disparità territoriale Nord-Sud nei settori innovativi? Il Cnr accende i riflettori sulla strategia nazionale nella terza edizione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione”.

Nel Pnrr le risorse destinante alla ricerca e sviluppo ammontano16,94 miliardi di euro, il 7,6% complessivo delle risorse totali stanziate dal Pnrr e dal Fondo complementare. La maggior parte degli investimenti si concentra sulla ricerca applicata e lo sviluppo sperimentale (circa 10 miliardi complessivi), a seguire il finanziamento della ricerca di base (con 4 miliardi), le azioni trasversali e di supporto (1,88 miliardi) e, infine, il trasferimento tecnologico (380 milioni).

“Il Pnrr colloca la politica della ricerca all’interno di una più vasta trasformazione del sistema economico italiano, laddove prevede di integrare la spesa per ricerca pubblica in un più ampio contesto che include anche lo sviluppo sperimentale, il trasferimento tecnologico, la spesa privata in ricerca, innovazione e formazione. L’obiettivo è quello di fare in modo che la ricerca pubblica giochi un ruolo fondamentale quale potenziale moltiplicatore in grado di attivare investimenti in ricerca privata e innovazione”, si legge nell’analisi a firma di Raffaele Spallone, Andrea Filippetti e Fabrizio Tuzi, ricercatori dell’Istituto di studi sui sistemi regionali federali e sulle autonomie “Massimo Severo Giannini” del Cnr.

Il confronto con Germania e Francia mostra significative differenze nella modalità di gestione e governance dei fondi: nel Darp tedesco vengono destinate a ricerca, sviluppo e innovazione circa un terzo delle risorse complessive, pari a circa 9 miliardi di euro mentre il Piano francese destina a ricerca sviluppo e innovazione circa il 22% delle risorse (9,3 miliardi di euro). “Emergono altre differenze, in termini di strategia, tra i diversi Piani. La Germania e la Francia destinano le risorse disponibili verso specifiche filiere industriali, mentre nel caso dell’Italia vi è una quota relativamente più elevata che va a sostegno di misure orizzontali che non prevedono, ex ante, un settore industriale di destinazione privilegiato”, spiegano i ricercatori.

Gli attori pubblici della ricerca sono chiamati ad assumere un ruolo centrale nel disegno del Pnrr e il Cnr è in prima fila in quanto maggiore ente pubblico di ricerca. “Bisognerà essere pronti ad affrontare la sfida attraverso l’ampio ventaglio di azioni, interventi e soluzioni previste all’interno del Piano e fare in modo che gli investimenti previsti abbiano concrete ricadute sulla collettività e sul sistema socio-economico nazionale. Conseguentemente, le autonomie territoriali dovranno concorrere alla ricerca delle priorità di intervento nella fase di programmazione in una prospettiva sinergica di lungo periodo, e dovranno assicurare nella fase esecutiva che le risorse disponibili siano concretamente utilizzate per lo sviluppo dei rispettivi territori. Ritorna dunque centrale il tema della capacità di spesa delle risorse europee, che impegna gli Stati membri a un rinnovato impegno in termini di governance”.

Ma per un recupero e un rilancio dell’economia italiana e una crescita più sostenuta c’è bisogno che il Sud Italia migliori la sua attività di ricerca e innovazione. “Le reti di collaborazione del sistema di ricerca e innovazione italiano mettono in evidenza che la competizione per l’acquisizione di fondi a livello internazionale produce “circoli chiusi” in tutti i settori disciplinari, che impediscono l’accesso ad altre organizzazioni che hanno ottime capacità scientifiche, alimentando sempre più le disuguaglianze territoriali”, sottolineano Emanuela Reale, Antonio Zinilli e Serena Fabrizio dell’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del Cnr. “Per colmare le disparità territoriale nella ricerca, si deve puntare a una governance del sistema di ricerca più efficace, investendo più risorse nella ricerca e coinvolgendo tutti gli attori locali nel ciclo di attività in R&I. Le reti locali e internazionali sono quindi un requisito essenziale affinché gli investimenti in ricerca e sviluppo abbiano delle chance di generare impatti positivi anche sul tessuto socio-economico dei territori più svantaggiati”.

Per quanto l’Italia sia un partner cruciale nei progetti europei – contribuisce con il 12,5% al bilancio per la ricerca comunitaria, i finanziamenti che “ritornano” al nostro Paese sono pari solo all’8,7%: “Si evidenzia una forte polarizzazione tra il Nord e il Sud Italia, con elevata disparità territoriale in un settore estremamente innovativo e attrattivo per gli investimenti privati (nazionali e internazionali), hi-tech e no”.

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