Privacy, è scontro con gli Usa ma la vera sfida si gioca in Europa

La sentenza della Corte di Giustizia Ue, che dopo 15 anni “azzera” il Safe Harbor, rappresenta un’occasione senza precedenti per rivedere gli accordi sul trasferimento dei dati verso gli Stati Uniti, ma soprattutto per venire a capo della questione data protection e porre le basi dell’Europa digitale

Pubblicato il 06 Ott 2015

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Come andrà a finire è tutto da vedersi. Ma è innegabile che il guanto di sfida lanciato dai giudici della Corte Ue agli americani e alla stessa Europa è il segnale che i tempi stanno cambiando. La Commissione europea mai ha osato mettere in discussione quel “patto” (Safe Harbor) – sancito quindici anni fa (era il 2000) – basato sulla totale fiducia nei confronti degli Usa, considerati affidabili nella gestione dei dati dei cittadini europei. Ebbene, secondo la Corte di Giustizia Ue il Safe Harbor non solo non tutela fino in fondo i cittadini europei, ma può persino ledere il diritto fondamentale alla privacy non offrendo adeguati strumenti di difesa in caso di controversie (la sentenza della Corte rappresenta lo step finale della causa intentata da un cittadino austriaco relativa al trattamento dei propri dati su Facebook). Di qui la decisione di “azzerarlo” e di riportare in seno all’Europa la responsabilità della questione privacy conferendo agli Stati membri l’autorità sovrana nel decidere quali regolamenti e leggi applicare e soprattutto dove vanno conservati e gestiti i dati dei propri cittadini.

Fra il dire e il fare però c’è di mezzo l’Atlantico e soprattutto ci sono di mezzo gli interessi di migliaia di aziende (4.100 per l’esattezza) e non solo americane. E l’associazione americana che rappresenta i colossi del Web – la Ccia (Computer & Communications Industry Association) -sostiene che la vicenda potrebbe ripercuotersi sull’Europa al punto da metterne a repentaglio la crescita economica. Un avvertimento che suona di minaccia.

Stringere la morsa sul trattamento dei dati personali quanto vale in soldoni? Siamo sicuri che colossi come Facebook, Google, Amazon, Twitter accetteranno senza colpo ferire la decisione della Corte Ue? Quante cause sommergeranno i tribunali? Ma soprattutto è sensato tutto ciò nell’era digitale? Si vuole fare o no il Digital Single Market in Europa o bisogna demandare alcune questioni strategiche ai singoli Paesi?

La Commissione europea, pur di fatto obbligata a recepire la sentenza, ha immediatamente colto la portata di una decisione che rischia davvero di impantanare la macchina. E ha invitato gli Stati a non prendere decisioni affrettate: bisogna continuare a garantire la continuazione del flusso dei dati in attesa che si trovino linee guida comuni nelle prossime settimane, ha detto. Bocche cucite da parte degli over the top, a parte l’“incriminata” Facebook che però non solo si tira fuori (“Noi non c’entriamo niente”) ma scarica la palla sulle due sponde dell’oceano: “Europa e Usa si mettano d’accordo”. E un accordo in effetti è inevitabile. Volenti o nolenti gli Usa dovranno scendere a patti in un momento storico per l’Europa: la revisione della normativa sulla data protection è in pieno corso e un nuovo Safe Harbor non può che essere in linea con i nuovi principi. Ma tutto dipenderà dalla forza della contrattazione, dagli interessi in gioco e dai reciproci interessi. Cosa porterà a casa l’Europa?

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