Quelli di Google le chiamano “regole comuni di circolazione“: un codice della strada digitale che sia uguale per tutti, in tutto il mondo. Non è un progetto ma per adesso più che altro una idea. Far fronte comune e creare quella certezza del diritto nei diversi paesi che adesso conviene soprattutto ai big della tecnologia. Se fino a ieri il vuoto legislativo permetteva di costruire meccanismi anche sofisticati per monetizzare gli utenti che usano servizi apparentemente gratuiti, la recente ondata di casi gravi per la privacy e di indignazione delle pubbliche opinioni di molti paesi sta portando a normative sempre più restrittive ed eterogenee. Meglio dunque una strada comune, che permetta di negoziare una volta per tutti i margini di movimento.
A sollevare la questione delle “regole comuni di circolazione” nella internet economy per Google è Karan Bhatia, vicepresidente delle politiche pubbliche e delle reazioni istituzionali, secondo la quale, se è vero che una normativa unica e uniformata per tutto il pianeta, “one size fits all”, non funzionerebbe, comunque una “convergenza” regolamentare sarebbe la benvenuta.
“Un certo coordinamento su questo – ha detto domenica scorsa Bhatia nel corso di un convegno ospitato dalla televisione americana Cnbc a Dubai -, cioè un certo livello di collaborazione, penso che sarà assolutamente fondamentale. Siamo molto favorevoli agli sforzi internazionali su più fronti per creare quel livello di dialogo e regole idealmente comuni della circolazione stradale. Penso che sarebbe estremamente utile se ci fosse un po’ di convergenza”.
I governi di tutto il mondo stanno cercando di capire come regolare la tecnologia, dai dati alla privacy fino alle tasse. Ma siamo di fronte a un approccio frammentato. L’atto legislativo collettivo di maggior portata in circolazione in questo momento è il Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) che disciplina tutte le aziende che operano nei 27 Stati membri dell’Unione europea.
Ma altri paesi hanno fatto a modo loro. Ad esempio, negli Stati Uniti, lo stato della California vuole introdurre le proprie leggi sulla privacy in assenza di qualsiasi regolamento federale. La Cina ha le sue regole completamente separate, in particolare intorno alla censura dei contenuti.
C’è un crescente consenso verso la regolamentazione da parte dei responsabili delle politiche, in parte a causa del contraccolpo verso le grandi aziende tecnologiche, che secondo molti è cresciuto in modo incontrollato negli ultimi anni. Uno degli episodi più importanti che ha sollevato la consapevolezza sulla privacy dei dati è stato lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica in cui milioni di profili sul social network sono stati raccolti per i dati.
Negli ultimi mesi i principali dirigenti della tecnologia sono apparsi di fronte ai legislatori per parlare delle loro pratiche di raccolta dati, tra cui il numero di Google, Sundar Pichai.
In particolare negli Stati Uniti, dove la legislazione federale è frammentata dalle differenti normative statali, Bhatia chiede un approccio più globale: “Siamo in realtà molto favorevoli a una legislazione completa sulla privacy“. E anche Margaret Peterlin, vicepresidente per gli affari esterni e le relazioni globali del colosso delle telecomunicazioni At&t, ha espresso il desiderio di vedere una “convergenza” di leggi per le imprese tecnologiche: “Sì, ci piacerebbe vedere una normativa federale e parte del motivo è che è davvero importante fornire una coerenza in questo ambito”.