IL "DUETTO" FRANCESE

Quelle domande da fare nella vicenda Telecom

Da giorni siamo di fronte ad un derby tutto transalpino. La partecipazione di Niel si avvicina a quella di Bollorè. Ma non è questo il punto. Il problema è sempre lo stesso: l’interesse nazionale per la rete stenta a trovare soddisfazione. La rubrica di Nicola D’Angelo

Pubblicato il 06 Nov 2015

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Il titolo decolla ma, magari, potrebbe anche tornare indietro. È l’ennesimo colpo di scena che ha investito Telecom. La vicenda è nota: l’operatore monegasco Xevier Niel ha comprato circa il 6% delle azioni di Telecom Italia, piu’ un altro 5% attraverso derivati. Poi ha fatto sapere di avere in tasca altri derivati per un ulteriore 4% ed ora controlla una quota del 15,14% del capitale di TI. Da giorni apparentemente siamo di fronte ad un derby tutto transalpino. La partecipazione di Niel, fondatore di Iliad, si avvicina moltissimo a quella di Vincent Bollorè, che con Vivendi detiene il 20,3%. Ma sarà vero o l’operazione nasconde legami tra i due con tutte le conseguenze del caso? La Consob vigila perché se non si tratta di un’iniziativa autonoma scatterebbe l’obbligo di un’offerta pubblica di vendita a tutti gli azionisti. Gli interessati tacciono e i vertici Telecom pare che brancolino nel buio.Qualcuno rimarca il fatto che tra i due imprenditori non corra proprio buon sangue e che semmai Neil sarebbe legato a Sawiris, vecchia conoscenza delle telecomunicazioni italiane. Vedremo, intanto il Governo annuncia attenzione, sottolineando peraltro che si tratta di un’operazione di mercato (e che altro potrebbe essere). Qualche mese fa Bolloré aveva ricevuto la benedizione di Renzi e la circostanza aveva prodotto un ripristino di attenzione per l’ex gestore nazionale, verso il quale all’inizio non c’era proprio un grande affetto. Comunque il problema è sempre lo stesso. L’interesse nazionale per la rete di Telecom stenta a trovare soddisfazione. L’occasione c’è stata ma si è persa. Cassa Depositi e Prestiti non é entrata nel capitale in assenza di un chiaro indirizzo dell’azionista (cioè il Governo) ed ora la vecchia e cara Telecom é sostanzialmente finita in mano francese.

Strano destino quello dell’ex monopolista il cui controllo ha girato mezza Europa (italiano, spagnolo ed ora francese). Cosicché anche nelle telecomunicazioni l’Italia perde il pezzo pregiato, in una escalation che ha visto recentemente andare oltralpe altri comparti importanti (ultimo in ordine di tempo Italcementi ai tedeschi). Speriamo che l’occupazione tenga e che gli obiettivi strategici dei prossimi anni (ultrabroadband in testa) siano raggiunti. Nelle vicende di Telecom quello che è sempre mancato, al di là dei risultati, è la trasparenza degli assetti societari. Dalla privatizzazione in poi è stato un susseguirsi di fatti compiuti e di vuoti di governo, con gruppi finanziari o imprenditoriali che sono entrati ed usciti come in una porta girevole, con effetti negativi sulla tenuta industriale.

Ora si apre un nuovo capitolo sul quale è il caso di fare massima chiarezza. Si è trattato di un’operazione al chiuso e per questo va esaminato con cura il tema dell’opa. E sì, perché l’obbligo di opa scatta anche nel caso che i due investitori non abbiano alcun rapporto tra di loro, ma cumulando le quote raggiungono comunque un risultato o dei vantaggi utili a entrambi. Iliad e Vivendi sono poi due società di settore che se mettono soldi in Telecom vorranno valorizzare con l’occasione anche i loro asset in patria. Questo sarà possibile con profitto anche per Telecom o gli investimenti sono solo per l’interesse alla sua rete? Speriamo che il Governo primo o poi gli lo chieda.

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