“Credo che, con il verdetto della Commissione europea, il processo voluto dall’Ocse, che spinge per arrivare a una regolamentazione di questi trasferimenti di fondi e della tassazione fra gli Stati, possa subire un’accelerazione positiva”. A scommettere su un possibile effetto sprint alla revisione delle regole europee dopo il caso Apple è Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica che dall’anno scorso si batte per scrivere misure anti-elusione ad hoc per l’economia digitale. Guai a citargli il termine digital tax: “Non serve una nuova tassa, ma misure di contrasto efficace a meccanismi fiscali contorti”, spiega Quintarelli che stima in 2-3 miliardi il gettito che si potrebbe recuperare applicando il principio per cui si pagano le tessa laddove si genera valore.
Quintarelli, che segnale è quello lanciato dalla Commissione Ue?
La Commissaria Vestager sarà sicuramente andata con i piedi di piombo, perché la materia è molto delicata e tira in ballo numerosi interessi. Avrà avuto numerosi elementi a disposizione prima di prendere una decisione così importante. Bisogna però sottolineare che, tra appelli e ricorsi, ci vorrà almeno qualche anno prima di scrivere la parola fine alla vicenda.
Il caso Apple potrebbe accelerare il processo di creazione di norme ad hoc a livello europeo?
Non è un’ipotesi da escludere. Credo dal verdetto della Commissione europea il processo voluto dall’Ocse, che spinge per arrivare a una regolamentazione di questi trasferimenti di fondi e della tassazione fra gli Stati, possa subire un’accelerazione positiva.
Renzi ha fissato la deadline per la nascita di una digital tax al 1° gennaio 2017: ipotesi realistica?
Difficile fare pronostici ora. Ma più che una digital tax, termine che appare fuorviante, sarebbe meglio ragionare di meccanismi antielusione. Non serve una nuova tassa, ma misure che fungano da contrasto efficace ai meccanismi contorti che operano nell’economia digitale. Il viceministro Zanetti dice che la decisione della Commissione potrebbe aprire la strada per giustificare un intervento diretto degli Stati in materia. Sarà interessante capire come intenderà muoversi il Governo.
Ad aprile dello scorso ha presentato alla Camera la sua proposta fiscale di regolazione. Quanto crede che si possa recuperare?
Possiamo spingerci fino al recupero di 2-3 miliardi di euro. Se facciamo valere un principio semplice, ossia associare l’imposizione fiscale ai territori nei quali viene generato il valore, possiamo dare più equilibrio al sistema fiscale. La legge italiana già prevede che, pur in assenza di una stabile organizzazione nel territorio italiano, i redditi conseguiti siano da considerare come imponibili nello Stato in cui la prestazione è effettuata, anziché in quello di residenza.
A patto che sia possibile individuare sul territorio italiano una stabile organizzazione occulta. Non è un caso che siano state sollevate varie contestazioni, per centinaia di milioni di euro, a diverse multinazionali tra cui anche Apple. Bisognerebbe anche far tesoro delle indicazioni dell’Ocse, che invita gli Stati Membri ad adottare comuni misure di sfavore contro queste pianificazioni, fino alla “denuncia” formale delle Convenzioni contro le doppie imposizioni eventualmente vigenti.