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Rai, contratto di servizio e Mux. Ecco cosa si agita sotto lo stallo apparente

In questi giorni sono in discussione due documenti decisivi: per l’azienda di viale Mazzini e, indirettamente, per l’intero sistema delle telecomunicazioni del Paese. Dalle strategie sul canone all’articolo 89 della Legge finanziaria, tutte le poste in gioco

Pubblicato il 24 Nov 2017

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Stallo… apparente. Sotto traccia, invece, tutto è in movimento. In questi giorni sono in discussione due importanti documenti che interessano la Rai e, indirettamente, tutto il sistema delle telecomunicazioni del Paese. Il primo riguarda il Contratto di servizio del Servizio pubblico radiotelevisivo, il secondo si riferisce all’art. 89 della Legge finanziaria attualmente in discussione in Parlamento.

Ha fatto bene, la scorsa settimana, la Cgil a sollevare il problema della stretta connessione di scadenze temporali che, inevitabilmente, si sovrappongono e rendono il percorso assai arduo. Vediamo in ordine le varie tappe: il Contratto di servizio è ora all’esame della Vigilanza Rai e, per quanto sappiamo, verrà licenziato il prossimo 15 dicembre. Se si arrivasse alla firma con il Mise prima dello scioglimento delle Camere, presunto intorno alle fine di gennaio, sarebbe un buon risultato per quanto sono stati rispettati i tempi e per i contenuti – dei quali abbiamo scritto – in grado di dare a Viale Mazzini un orizzonte di lavoro di sicuro interesse ma con qualche esito incerto. Dalla Vigilanza non sono attese sorprese. Sappiamo che il testo potrebbe essere stato inviato alla Fondazione Bordoni per un parere che, comunque, non sarà vincolante come lo stesso parere della Vigilanza.

Un passaggio nodale del Contratto sono le risorse economiche. La prima riguarda il canone, riscosso in bolletta per 90 euro. L’art. 47 del Tusmar prevede che “Entro il mese di novembre di ciascun anno, il Ministro delle comunicazioni, con proprio decreto, stabilisce l’ammontare del canone di abbonamento in vigore dal 1° gennaio dell’anno successivo, in misura tale da consentire alla società concessionaria della fornitura del servizio di coprire i costi che prevedibilmente verranno sostenuti in tale anno per adempiere gli specifici obblighi di servizio pubblico generale radiotelevisivo”.

Mancano ormai pochi giorni ed è presumibile che questo appuntamento possa saltare. Salvo immaginare un diverso scenario dove, come sostiene una nostra fonte, in attesa dell’approvazione di un importante emendamento presentato in Finanziaria all’art. 97, possa essere introdotto un principio innovativo destinato cambiare non poco le carte in tavola. Si tratta di definire l’importo e la sua durata per un arco quinquennale e non più annuale, come appunto dispone oggi il Tusmar. In poche parole: ci si attende che l’importo del canone possa rimanere invariato a 90 euro per i prossimi cinque anni. In particolare l’emendamento prevede che per la fase transitoria l’importo venga fissato entro il 15 aprile 2018 e, per gli anni successivi, entro il 1° gennaio. Se l’emendamento andasse in porto, a Viale Mazzini, per un verso, ci mettono la firma: significa poter contare in una risorsa certa in grado di supportare le importanti sfide che la attendono. Per altro verso, invece, questo emendamento introduce un elemento di variabilità dagli esiti complessi come, ad esempio, l’andamento degli ascolti in termini di “quantità e tipologia” piuttosto che i ricavi pubblicitari che non sono certo temi che fanno dormire sonni tranquilli per il prossimo futuro. Notizia dell’ultima ora: potrebbe darsi che venga “accantonato” per dar modo al Governo di riflettere.

Interessante osservare una coincidenza: sia il Contratto, sia la durata del canone e non ultimo la durata del prossimo CdA di Viale Mazzini avranno durata di cinque anni e tutto si collocherà esattamente a ridosso di quella che si può già definire la futura rivoluzione del broadcast prevista appunto dall’applicazione delle disposizioni comunitarie sul 5G.

E qui veniamo al secondo filone di cui abbiamo accennato del quale abbiamo scritto: l’art. 89 della Legge finanziaria. Nei giorni scorsi è stato sollevato un giustificato clamore mediatico per un aspetto non marginale: la possibile rottamazione degli apparati tv per consentire la rimodulazione delle frequenze intorno ai 700 Mhz, prevista a partire dal 2020. Ci saranno certamente delle conseguenze su questo fronte ma forse non tali da giustificare un allarme eccessivo per quanto riguarda i consumatori, visto anche il ricambio fisiologico dei televisori.

Ciò che invece si sta definendo come un vero campo di battaglia è la spinosa questione dei Multiplex che gli attuali proprietari – Rai, Mediaset e Persidera – dovranno restituire in cambio di un indennizzo economico. Nei giorni scorsi, è stato reso noto da MF, da Cologno Monzese dovrebbe essere partita una proposta di scambio dove si rinuncia a circa 40 mln di euro che lo Stato darebbe in indennizzo per un aumento di capacità trasmissiva. A Viale Mazzini è scattato un allarme: “ingiustificato trattamento asimmetrico” e l’aria che tira non sembra proprio volgere a favore del Servizio pubblico. Però l’iniziativa la dice lunga sulla posta in palio. Il business prossimo futuro non è più tanto sul digitale terrestre, verosimilmente destinato ad un declino tecnologico, quanto più sul modello generale di offerta e proposizione di contenuti audiovisivi che potrebbero non avere più tanto bisogno di trasmettitori e antenne tradizionali quanto più di cavi in fibra e connessioni in rete. Come abbiamo scritto: tv lineare contro tv non lineare.

Ancor più per Rai si intravvedono grandi difficoltà sul fronte della rimodulazione del Mux1: per quanto sostiene un esperto da noi consultato, questo verrebbe polverizzato, con lo spostamento di circa due milioni di utenti che ricevono l’informazione regionale sul multiplex nazionale e, per continuare a ricevere le stesse informazioni, dovrebbero dotarsi di una vecchia antenna VHF, se già non l’avessero dismessa.

In questi termini, l’art. 89 prefigura, appunto, una vera trasformazione dell’intero complesso Tlc/ Broadcast di portata epocale, non molto dissimile per le sue conseguenze alle dimensioni assunte dalle passate leggi di riordino dell’etere. Inoltre, mette in movimento rilevanti impegni economici e finanziari che avranno ricadute non sul comparto direttamente interessato ma anche su buona parte del complesso produttivo nazionale. È per questo motivo che lascia alquanto perplessi la dinamica di tale introduzione che, per quanto obbligata da Bruxelles, è stata di fatto “blindata” all’interno della Legge finanziaria senza un adeguato dibattito non solo parlamentare ma anche aperto a tutti i soggetti direttamente o indirettamente interessati. Su questo articolo 89 si continua ad avvertire uno strano silenzio sia da parte delle Tlc che dei Broadcaster, del tutto squilibrato rispetto alla sua importanza.

Per quanto riguarda ancora il calendario, la Legge finanziaria dovrebbe passare al vaglio di compatibilità della Commissione Ue entro il 30 novembre, successivamente approvata dalle Camere e ratificata entro il 31 dicembre. Tempo per riflettere e discutere ne rimane ben poco.

A proposito di silenzio: è notizia di ieri di una importante assemblea dell’Associazione dirigenti Rai – AdRai – dove è stato sollevato proprio il tema dello scarso impegno dell’Azienda ad intervenire su questo fronte mentre la concorrenza, vedi Sky, sempre ieri, ha comunicato una sua proposta di un servizio innovativo per la fruizione della televisione sempre più connessa piuttosto che diffusa. Il futuro deve ancora essere scritto.

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