PA DIGITALE

Riforma Madia, il Consiglio di Stato stoppa l'”operazione anonimato”

Sotto la lente dei giudici l’obbligo di cancellare da tutte le sentenze i dati personali. Anche la firma elettronica non convince: non offrirebbe garanzie di autenticità sufficienti

Pubblicato il 13 Apr 2016

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Emergono ulteriori dettagli sulle obiezioni del Consiglio di Stato rispetto al decreto attuativo della riforma Madia sul codice dell’amministrazione digitale. I giudici amministrativi, in un parere interlocutorio, il 785/2016, chiedono al Governo una serie di chiarimenti prima di poter dare il proprio parere definitivo.

Secondo il parere espresso da Palazzo Spada manca la coerenza con le altre norme riguardanti i procedimenti digitali, la copertura economica, mentre lo Spid erà già stato “bocciato” dal supremo tribunale amministrativo per quel che riguarda il tetto di 5 milioni per le aziende che si vogliano accreditare come provider.

Il Consiglio di Stato rileva anche come il Codice dell’amministrazione digitale sia carente dei riferimenti alle norme sostanziali: “la Commissione speciale – si legge nel parere – non può non sottolineare che il decreto legislativo dovrebbe assolvere in maniera più puntuale alla sua funzione di Codice dell’Amministrazione digitale, quale raccolta di norme disciplinanti tale branca del diritto, atteso che il medesimo è privo degli opportuni riferimenti alle discipline sostanziali dei vari procedimenti collegati alle disposizioni in esso contenute, quali ad esempio quelle relative al processo telematico, al diritto di accesso e alla trasparenza dell’azione amministrativa”.

Tra gli altri punti salienti dei rilievi del Consiglio di Stato c’è quello dell’anonimizzazione dei dati delle sentenze, prevista dall’articolo 46. La riforma, ricostruisce il Sole24ore, prevede l’obbligo di cancellare da tutte le sentenze i dati personali, con l’eccezione di quelli dei giudici e degli avvocati. Il timore dei giudici è che l’anonimizzazione totale, e non quella prevista in alcuni casi specifici come accade oggi, possa pesare troppo sulle cancellerie danneggiando così i tempi della giustizia.

Sotto la lente del Consiglio di Stato, inoltre, il fatto che da testo siano state espunte le norme sulla continuità operativa, sui piani cioè per assicurare il funzionamento regolare dei servizi in caso di malfunzionamenti informatici.

Quanto alla firma elettronica, che secondo il Cad dovrebbe essere automaticamente valida, secondo il Consiglio di Stato potrebbe non offrire garanzie di autenticità sufficienti, dal momento che oggi è rappresentata da tanti sistemi diversi, che a volte si limitano soltanto a una password che ”per sua natura potrebbe non fornire la certezza” di autenticità.

Per superare le obiezioni avanzate dal Consiglio di Stato sono impegnati gli uffici della Funzione pubblica, mentre in Parlamento iniziano ad arrivare i testi che hanno già ottenuto tutti i pareri preventivi necessari per sbarcare in aula.

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