INNOVAZIONE DIGITALE

Sicurezza e made in Italy: “Ci vuole un modello digitale italiano”

Pier Domenico Garrone (Isiamed Digitale): “Troppo poca attenzione a valorizzare le competenze digitali italiane: così si rischia la colonizzazione delle multinazionali. Con rischi per il Paese e le sue imprese”.

Pubblicato il 03 Dic 2017

Pier-Domenico-Garrone1

Lo scorso settembre il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America ha stabilito di vietare in tutte le agenzie dell’Amministrazione USA il software della società russa Kaspersky Lab. La decisione ha aperto un fronte d’attenzione sull’innovazione digitale verso la quale siamo proiettati. A sua volta la Russia sta adottando “contromisure” analoghe. Dirà progressivamente addio alle soluzioni Microsoft nel settore pubblico: dai programmi di posta, al sistema operativo, alla suite Office. In novembre l’amministrazione Trump ha aggiornato la normativa sulle vulnerabilità digitali. Problemi di hackeraggio, di malware, di ransomware fanno ormai parte della cronaca quotidiana: Il mondo del digitale è vulnerabile. Ne parliamo con Pier Domenico Garrone, senior partner di Isiamed Digitale, per il quale “c’è troppa sottovalutazione del problema”.

Su cosa si fonda questa sua osservazione?

Basti pensare che manca una guida, con poteri adeguati, per la tutela operativa della sovranità digitale dello Stato. Ed è un tema fondamentale di sicurezza nazionale Purtroppo questa mancanza non sembra essere casuale. Non esiste una coscienza pubblica sulla priorità da riservare alla questione delle competenze italiane. Troppo spesso vengono privilegiate professionalità di aziende multinazionali a scapito di quelle pur presenti nelle aziende italiane. Persino quando si tratta di coprire posizioni nei gabinetti dei ministeri e nei cda di società pubbliche. Ha prevalso una specie di “ignoranza di sistema” che ha favorito l’informatica multinazionale, acquistata con i soldi dei contribuenti.

E cosa bisognava fare?

Si sarebbe dovuto, ad esempio, rendere obbligatorio prima dell’acquisto o dell’uso delle tecnologie informatiche la definizione di un “modello digitale italiano” che assicurasse al nostro Paese la sovranità digitale. C’è molta differenza fra la necessità di ammodernamento delle dotazioni informatiche e il dovere dello Stato di tutelare i gli interessi pubblici con un proprio e indipendente “modello digitale italiano”.

Cosa propone IsiameD?

Il nostro Presidente Gianguido Folloni ha avuto numerosi incontri con i ministeri e a Palazzo Chigi. Ha proposto di dar vita a una “trasparente due diligence” sul modello digitale oggi adottato nei Ministeri e nelle Istituzioni. Un adeguato check digitale servirà a far emergere come sia dirimente assicurare la terzietà strategica e operativa della macchina pubblica rispetto alla tecnologia, sovente originata da fornitori non UE. Abbiamo segnalato l’importanza di dotare le istituzioni del nostro paese di un “modello digitale italiano indipendente”. Situazioni come quelle che di recente hanno interessato persino il Mef mi pare sottolineino l’urgenza del tema. Chi scrive i testi tecnici delle leggi non può essere chi per business le tecnologie le offre. Solo un “modello digitale italiano”, terzo, indipendente e gestore della mappa dei conflitti di interesse avrebbe impedito certi episodi.

Resta il fatto che l’Italia fatica nell’economia digitale.

Il “Made in Italy” è a rischio non per l’invasione di capitale internazionale ma per la sovranità digitale dell’Italia, ai minimi termini. L’indipendenza digitale, oltre agli importanti problemi di sicurezza, serve ad assicurare la nostra identità nazionale, il nostro modo di produzione, di commercio, di offerta di servizi, di soluzioni per la cittadinanza. La sovranità di un Paese passa attraverso l’uso di competenze proprie e di modelli digitali non importati con l’utilizzo, per quanto possibile, di risorse nazionali. Fino a oggi lo sviluppo tecnologico si è avvalso, spesso in modo non sempre attento, d’ogni opportunità di mercato, anche a costo di subire vere e proprie forme di colonizzazione informatica.

Non è eccessivo parlare di “colonizzazione”?

Non mi pare improprio paragonare l’arrivo di software straniero alle esplorazioni seguite dall’invio di truppe con le quali nei secoli passati si realizzarono le colonizzazioni di terre straniere. Ecco alcuni risultati: Il settore banche italiane è ingolfato di software ma non esiste una banca digitale d’Italia. Anche qui si confonde il sistema dei pagamenti e l’internet banking con il modello digitale. Per spiegarmi con una metafora, è la stessa differenza che passa fra “televisore” e “televisione”. Come risultato l’imprenditore italiano ha perso una interlocuzione finanziaria utile al suo business.

Da questo punto di vista il piano Bul è una opportunità o un rischio per il Made in Italy?

Quasi tutti i Comuni d’Italia aspettano la rete banda ultra larga di Open Fiber per innovare la loro tipicità non per trasformarla secondo gli interessi delle multinazionali. Oltre 7 miliardi di investimento per l’infrastruttura devono servire anche a far crescere il credito e l’apertura internazionale delle nostre piccole imprese e del sistema manutentivo del Territorio. È l’ultima opportunità che abbiamo per innovare il DNA del Made in Italy per assicurare, ad esempio, al tortello di zucca di Mantova o al plin del Piemonte di proseguire la magia italiana sui mercati internazionali. Come Isiamed, stiamo cercando di contribuire a costruire un modello di economia digitale per la Città italiana, calibrato sulle esigenze specifiche di ciascun territorio e non su un unicum indistinto uguale per tutti.

 

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