Nessun allentamento sulle compagnie hi-tech cinesi, anzi per qualcuna si prefigura il prossimo inserimento nella nota black list dei nemici. E finiscono nel mirino anche i colossi americani, Google & co, sui quali si stagliano nuvoloni all’orizzonte. Per non parlare del dito puntato contro i social network, Facebook in primis, accusati di essere propagatori di fake news in particolare sui vaccini al punto da essere considerati i “responsabili” principali dell’avanzata novax.
Joe Biden, il Presidente appoggiato dal “gotha” del Web e dai fautori della democrazia in salsa americana, inizia a far storcere il naso a molti. Nel discorso di aprile a Pittsburgh, in Pennsylvania, in cui presentò il maxi-piano di rilancio economico per l’America da 2.000 miliardi di dollari, Biden si scagliò subito contro Amazon, unica citata tra le 91 aziende della Fortune 500 e accusata di “varie scappatoie legali per non pagare un solo centesimo di tasse federali sugli introiti”.
A inizio luglio firmato un “Executive order” di portata storica a favore della concorrenza negli Usa: 72 interventi e raccomandazioni e oltre 12 agenzie federali coinvolte per evitare fusioni e killer acquisition anti-competizione. Previsto l’abbassamento di prezzi per la banda larga e la reintroduzione della neutralità della rete. E dopo la nomina di Lina Khan a capo della Federal Trade Commission e quella di Tim Wu nel National Economic Council, l’amministrazione Biden ha lanciato a luglio il “terzo avviso” ai giganti del web candidando Jonathan Kanter come assistant attorney general presso la divisione antitrust del Department of Justice americano, il Doj. Una squadra che la dice lunga sulla strategia prossima ventura.
E le critiche piovute addosso al presidente Usa per la gestione della questione Afghanistan ma soprattutto il discorso al Paese andato in onda ieri sera, hanno mostrato un’inedita immagine. Se è vero che la contrarietà al perpetrarsi della guerra dopo gli attacchi alle Torri Gemelle del 2001 è stata da sempre caldeggiata da Biden è anche vero che il ribaltamento del concetto di “esportazione della democrazia” apre a scenari geopolitici ed economici inediti. America First diventa la priorità del Presidente Usa, senza se e senza ma e con una “recrudescenza” da far quasi impallidire la campagna trumpiana.