FEDERMANAGER

Tagliavini: “Telelavoro, serve uno sprint”

Il consigliere nazionale di Federmanager: “Anche la politica deve fare la sua parte, con incentivi e sgravi fiscali che stimolino privati e PA. Dovranno muoversi i dati e non più le persone”

Pubblicato il 25 Nov 2013

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“Lavorare da casa non vuol dire essere dipendenti di serie B, e a dimostrarlo per primi dovrebbero essere i vertici delle aziende. Perché questo possa accadere c’è bisogno del tanto acclamato ‘salto culturale’, ma non è detto che basti. Anche la politica deve fare la sua parte, e definire in modo chiaro le regole, incentivando aziende e amministrazioni disponibili ad accettare la sfida del telelavoro”. È questa in sintesi la ricetta di Guelfo Tagliavini, consigliere nazionale di Federmanager, che nell’associazione di categoria ha la delega ai temi dell’agenda digitale.
Dottor Tagliavini, con l’Università di Tor Vergata avete dato vita a uno studio sul telelavoro. Che indicazioni ne sono scaturite?
È stato utile per fotografare la diffusione del telelavoro in Italia rispetto alle esperienze internazionali dentro e fuori dall’Ue. Siamo ultimi a livello europeo, con percentuali di utilizzo del telelavoro dell’1,5%, rispetto a una media comunitaria del 7,5, con punte nei Paesi del Nord fino al 20%. In più in Italia la percentuale è rimasta ferma negli ultimi 5 anni, mentre ad esempio i paesi dell’Est recuperano. L’impulso al telelavoro viene nel nostro Paese da alcune multinazionali che hanno qui sedi commerciali o periferiche. La situazione è ancora più difficile nella Pubblica amministrazione, dove il tema è ignorato: proprio per mettere a confronto le poche me significative esperienze italiane con il ruolo della Pa abbiamo organizzato il convegno “Smart work e Agenda digitale”.
Che benefici porterebbe una crescita del telelavoro in Italia?
Il telelavoro non è un lavoro di serie B. Fino a oggi c’è stata una forte resistenza legata essenzialmente a questo gap culturale. Nei paesi in cui ha avuto successo, il telelavoro è stato incentivato ed è partito dall’alto verso il basso, top down. Utilizzarlo nella misura di un 5-6%, ancora sotto alla media europea, vorrebbe dire coinvolgere un milione e mezzo di lavoratori: questo genererebbe un’economia di scala intorno ai 3 miliardi di euro all’anno, in maniera stabile e crescente. Si ridurrebbero gli oneri di manutenzione e gestione del patrimonio immobiliare, i consumi per trasporti, i costi per i parcheggi, l’incidentalità e quindi i costi sanitari. Diminuirebbero le ore lavorate, si ottimizzerebbero i risultati, si ridurrebbero i costi di gestione familiare: parliamo di assistenza agli anziani e ai bambini, ma anche di migliore utilizzo del tempo libero. Un sondaggio di Cisco, dove circa il 25% del personale opera in questa modalità, stima che l’80% del personale dell’azienda sarebbe disposto a una riduzione dello stipendio del 10% se potesse accedere al telelavoro. Oggi uno dei problemi più sentiti è il traffico. Meno persone che utilizzano i mezzi privati per raggiungere i posti di lavoro vorrebbe dire liberare risorse per l’utilizzo dei mezzi pubblici, che sarebbero più rapidi ed efficienti, inquinando meno.
Qual è il livello di sensibilità della politica e delle istituzioni?
Ho fatto presenti questi argomenti fin dal Governo Prodi, fino a spingere molto nei confronti del Governo Monti, ma senza grandi esiti. In un momento in cui si puntava sulla spending review, questa opportunità poteva garantire un recupero di denaro e la stabilizzazione di posizioni di lavoro precario. Soprattutto nel mondo della Pa il telelavoro consentirebbe alti livelli di occupazione a costi ridotti.
Che iniziative si aspetta da Governo e Agenzia digitale?
L’Agenda digitale ha l’obiettivo di ottimizzare i data center, riducendo la proliferazione di quelli periferici per centralizzarli in punti più gestibili, più sicuri e più potenti. Questo può consentire il decentramento delle persone. L’aspetto strategico è quello di non far più muovere le persone, ma i dati. Oggi esistono già una serie di elementi che contrattualmente prevedono e incentivano l’utilizzo del telelavoro, ma non sono sufficienti. Per questo chiediamo alla politica, in maniera trasversale, di dare sostegno a un provvedimento di legge che incentivi l’utilizzo del telelavoro, creando sgravi fiscali e modalità che offrano alle aziende uno stimolo per fare il salto. Ci auguriamo che si possa arrivare a un disegno di legge che cerchi di rivitalizzare e di rivalutare questo aspetto. Alcuni deputati, come Alessia Mosca del Pd, ci stanno lavorando seriamente.

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