LA GOVERNANCE DI INTERNET

Telco versus Ott, è guerra Europa-Usa

Si scalda lo scontro sulla governance della Rete segnata da asimmetrie regolatorie e business model contrapposti. Le Tlc chiedono nuove regole in vista del Wcit 2012: o gli investimenti
nelle Ngn rischieranno grosso

Pubblicato il 16 Lug 2012

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Se gli investimenti crescono ancora, mentre i ricavi continuano a calare, è evidente che ci si avvicina al punto di rottura. E per ribaltare il proprio destino, si è disposti a percorrere strade impervie e sconosciute. Sono questi i contorni della storia che le telco europee stanno vivendo. E se sarà o no a lieto fine è uno dei maggiori enigmi incombenti su questo mercato. Così si spiega la mossa dell’Etno, che rappresenta i principali operatori europei: ha mandato all’Itu alcune proposte in vista del rinnovo del Regolamento sulle Tlc. L’Itu le ha accolte all’ordine del giorno, tra quelle che saranno ufficialmente discusse al Wcit 2012, che si terrà a Dubai a dicembre.


L’Etno chiede il permesso di partorire un nuovo sistema che consenta di creare servizi a valore aggiunto e a qualità garantita, su corsie preferenziali rispetto alla normale Internet. Questa qualità verrebbe pagata dagli over the top, dai fornitori dei contenuti ed eventualmente anche dall’utente finale. Anche se Itu dovesse modificare le regole come voluto dall’Etno, non è detto che gli Ott le accettino. In linea di principio, molti di loro non sono contrari ad accordarsi con gli operatori per servizi speciali a qualità garantita. Lo dice Microsoft in queste pagine. E lo testimonia lo storico patto GoogleVerizon negli Usa. Quello che gli Ott non vogliono è subire nuove regole provenienti da Itu e pagare gli operatori per il semplice utilizzo della loro rete. Google e Facebook, interpellati dal Corriere delle Comunicazioni, non sono stati disponibili a commentare il tema.


Ma Patrick Ryan, Policy Counsel Open Internet di Google, è intervenuto a riguardo al convegno “Sfide dell’Internet del futuro” (a giugno), organizzato dall’Associazione Ego e Puntoit in collaborazione con il Corriere delle Comunicazioni e Key4Biz. “Il tentativo dell’Itu di prendere il controllo della governance di Internet risponde ad un desiderio di centralizzare il controllo del web. L’Itu chi la conosce? Il sistema che gestisce oggi la Rete, anche grazie all’Icann, funziona. La cosa migliore secondo noi è migliorare il sistema attuale”, ha detto.
Comunque vada con l’Itu, però, molti nel settore concordano che i rapporti in gioco tendono sempre più a essere squilibrati e asimmetrici. I ricavi delle telco europee sono diminuiti del 2-3% annuo, negli ultimi tre anni, secondo Etno; scenderanno dell’1,8% annuo dal 2012 al 2015 secondo un recente rapporto di Arthur D. Little. Di contro, le telco europee hanno aumentato del 3% gli investimenti in infrastrutture, tra il 2010 e il 2011, secondo Infonetics Research, che prevede una crescita anche nel 2012 per via dell’Lte e delle Ngn fisse. Ryan a tal proposito ha replicato: “C’è la percezione che Google e gli Ott in generale non investano in network, ma non è così. Nel 2011 Google ha investito 3,5 miliardi di dollari in infrastrutture di rete e fibra ottica, Google gestisce il maggior network di server al mondo, anche se non hanno il marchio Google, allo scopo di migliorare la fruizione dei contenuti da parte degli utenti”.
Il punto degli operatori è un altro, però: i loro investimenti, a differenza di quelli di Google, sono sempre più difficili da remunerare. “Bisogna ridurre le asimmetrie”, dice Cristoforo Morandini, di BetweenOsservatorio Banda Larga. “È questo il vero nodo che può inficiare lo sviluppo concorrenziale e dell’innovazione. A parità di servizio tutti devono essere assoggettati alle stesse regole (idealmente poche). Non possiamo imporre alle telco vincoli di varia natura se gli Ott non ne hanno quando offrono servizi Tlc. Non ha però senso tassare a priori gli Ott o sperare che contribuiscano a un ‘fondo’ per le nuove reti”. Serve un compromesso, che secondo Morandini potrebbe essere appunto la creazione di servizi a qualità garantita, da cui gli operatori possono ottenere nuovi fonti di business. Questo terrebbe assieme due esigenze, “quella di remunerare gli investimenti della rete, altrimenti tutto si blocca; e quella di tutelare la libertà di creare servizi, altrimenti finirebbe la forza innovativa di Internet”, aggiunge.


Certo, ci sono tante incognite: se gli Ott e gli operatori riusciranno ad accordarsi su un valore di scambio o, in alternativa, se gli utenti saranno disposti a sborsare per questi servizi extra. Si sa che i consumatori ad oggi potrebbero pagare un piccolo premio per il semplice aumento della velocità di accesso (circa cinque euro al mese in più rispetto ai normali canoni Adsl). Il che rende sostenibili forse le reti Vdsl (fibra fino all’armadio) ma difficilmente quelle con fibra nelle case.


Un’ultima incognita è il ruolo dei regolatori, che però al momento stanno alla finestra. “Le istituzioni Ue non si stanno opponendo alla nascita di servizi a qualità garantita. Da una parte sono in guardia temendo che ne derivino pratiche anti competitive. Dall’altra, sanno che non possono permettersi di scoraggiare gli investimenti nelle nuove reti”, dice Matthew Howett, analista di Ovum. La Commissione ha più volte dichiarato che l’Europa ha bisogno di reti a banda larghissima per restare competitiva con Stati Uniti e Asia-Pacifico. “La Commissione cercherà di capire se i nuovi servizi danneggeranno Internet come l’abbiamo sempre conosciuta: c’è questo rischio, a mio avviso, ma è ancora presto per esserne certi”, aggiunge. È questa incertezza diffusa a mettere in scacco l’Europa. Qui il mercato non può contare né sul forte supporto statale che finanzi le nuove reti (come in Asia-Pacifico) né nelle dinamiche degli Stati Uniti, patria dei maggiori over the top.

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