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Tim-Poste, gli analisti promuovono il riassetto: “Spinta a sinergie e consolidamento”



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La mossa del Gruppo guidato da Del Fante, salito al 24,81% della telco, convince gli esperti di mercato: governance più solida, cooperazione nel consumer e nell’enterprise e nessun rischio di dividend policy. Governo soddisfatto, Freni: “Tim sia protagonista del consolidamento”

Pubblicato il 31 mar 2025

Federica Meta

Giornalista



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Gli analisti “promuovono” il riassetto in Tim con Poste che è subentrata a Vivendi come primo azionista con il 24,81%, soglia appena al di sotto della soglia rilevante del 25% che obbligherebbe all’Opa.

Motivo anche per cui la Ue non commenta la mossa. “Non abbiamo guardato a questa operazione perché non ci è stata notificata – ha detto la portavoce dell’esecutivo comunitario lea Zuber -. Non era notificabile, perché sotto le nostre soglie considerate dall’Antitrust Ue”

Come precisato nella nota di Poste si tratta di un investimento di natura industriale che mira a fare sinergie e promuovere il consolidamento delle Tlc in Italia.

“Questa operazione è molto importante per Poste Italiane. Arriva a conclusione di un percorso di 8 anni durante il quale abbiamo rilanciato i pacchi, la telefonia, i pagamenti, i contratti luce, i contratti gas permettendo agli italiani di aver più servizi dalla nostra azienda e facendo anche guadagnare i nostri azionisti, che partivano da un valore dell’azienda di 8 miliardi e sono arrivati a 27 miliardi – dice l’Ad di Poste, Matteo Del Fante – Crediamo che l’evoluzione della tecnologia dovrà essere accompagnata da Tim per famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni”.

Governance più solida

Secondo Equita, “la presenza di Poste come primo azionista garantisce una governance più solida (facilitando dunque il processo di ottimizzazione della struttura di capitale e remunerazione degli azionisti) e apre ulteriore spazio per sinergie industriali e potenzialmente per sostenere opzioni di consolidamento nel settore Tlc“.

“La pipeline di eventi delle prossime settimane rimane quindi molto viva e potenzialmente positiva per il titolo, che continua a scontare solo parzialmente queste opzionalità”, sottolinea ancora Equita, che ricorda anche come domani tornerà a riunirsi il cda di Tim per un’informativa sul contenzioso da un miliardo di euro per il canone di concessione del 1998, “oggetto di un tentativo di conciliazione con lo Stato”.

Operazione positiva anche per gli analisti di Akros. “Vivendi era ostile a Tim e non creava né sinergie né valore per il gruppo” mentre Poste “ha dichiarato che punta a generare sinergie con Tim, supportando il consolidamento del mercato italiano delle telecomunicazioni”, con Iliad che resta il principale indiziato a una fusione.

Nessun rischio di dividend policy

Dal punto di vista finanziario, considerando il significativo livello di liquidità disponibile per Poste (€5.6bn tra cash e linee di credito non utilizzate), Intermonte ritiene che l’investimento in Tim non ponga alcun rischio in termini di dividend policy.

“Non escludiamo, tuttavia, una reazione tardiva da parte di quegli investitori che finora hanno adottato un atteggiamento wait&see” anche se “molti fondi long-only preferiranno attendere” i conti del primo trimestre “prima di iniziare a costruire posizioni, per poi consolidarle” alla luce degli sviluppo che potrebbero arrivare sul canone del 1998 (udienza della Corte di Cassazione il 27 maggio) e dall’assemblea del 24 giugno, che potrebbe essere chiamata “a rinnovare il cda e a deliberare su iniziative straordinarie, come l’abbattimento del capitale sociale”, preludio al ripristino della remunerazione agli azionisti, e “la semplificazione della struttura del capitale”, attraverso la conversine delle risparmio.

Sinergie nel medio-lungo termine

“Riteniamo che nel breve, come dichiarato dalla stessa società, l’unico effetto immediato derivante dall’ingresso nel capitale di Tim sia quello relativo al passaggio, per PosteMobile, dall’utilizzo della rete Vodafone a quella di Tim – sottoline ancora Intermonte – mentre ulteriori sinergie industriali/commerciali tra i due gruppi potrebbero realizzarsi solo nel medio-lungo termine”.

Se le indiscrezioni di stampa dovessero essere confermate, “le sinergie potrebbero essere molto significative, con risparmi di costo di 200-300 milioni di euro dall’utilizzo della rete di 12.400 uffici postali di Poste Italiane, oltre a un incremento dell’ebitda di circa 200 milioni di euro dalla migrazione del contratto operatore virtuale di PostePay dalla rete Vodafone a quella di Tim”, con un beneficio complessivo del 20-24% dell’ebitdaal domestico di Tim e del 10-12% di quello di gruppo.

Per tale motivo Intermonte non crede che l’incremento nella partecipazione in Tim da parte di Poste possa avere giustificazioni rilevanti di carattere industriale. Al contempo, considerando il prezzo di ingresso, può diventare un investimento remunerativo dal punto di vista finanziario, soprattutto nel caso in cui, con il riequilibrio gli assetti nella governance di Tim, si arriverebbe allo sblocco di iniziative di creazione del valore nel gruppo telco: abbattimento capitale sociale per liberare riserve e remunerare gli azionisti, conversione titoli di risparmio, cessione di partecipazioni, consolidamento del mercato.

Per Mediobanca le sinergie “saranno esplorate nella rete, con Poste che lascerà Vodafone”, nel consumer (facendo leva sui 13 mila uffici postali) e nell’enterprise (partendo dalla connettività, dal cloud e dalla cyber security).

Freni: “Tim protagonista del consolidamento”

Commenti positivi anche dal governo. La salita di Poste in Tim è in linea con il piano di Palazzo Chigi di ricreare un campione nazionale delle Tlc e allo stesso tempo di difendere Tim, che dopo lo spin off della rete e il conseguente abbattimento del debito era tornata “appetibile”, soprattutto per operatori stranieri e per i grandi fondi di private equity, nello specifico Iliad e Cvc.

E le parole del sottosegretario al Mef, Federico Freni, lo confermano.

“Tim dovrebbe essere protagonista del consolidamento: finché ci saranno così tanti operatori su un unico mercato, difficilmente le tariffe diventeranno sostenibili perché la guerra dei prezzi, che porta tutti noi a beneficiarne, crea problemi su un punto di sostenibilità del business delle Tlc – ha evidenziato Freni – Nel mondo delle Tlc se non fai gli investimenti muori, devi investire e se non hai tariffe competitive non puoi farlo. Il consolidamento è certamente che va fatto, la concentrazione degli operatori è certamente un’attesa e un’aspettativa come succede in tutto il mondo. Senz’altro penso che Tim possa, anzi debba essere protagonista di tutto questo”.

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