L'ESCALATION

Trump alza il pressing su Pechino, dazi Usa del 25% sull’hi-tech cinese

In vigore a fine giugno, il dazio colpirà i beni ad alto contenuto tecnologico del programma “Made in China 2025”. Trump vuole difendere il primato americano e chiede la completa apertura del mercato cinese alle aziende Usa. La replica: “Abbiamo la capacità di difenderci e reagire”

Pubblicato il 30 Mag 2018

usa-cina

Donald Trump alza il tiro nel braccio di ferro commerciale con Pechino: ora il governo americano è pronto a imporre un dazio del 25% sull’importazione di beni hitech provenienti dalla Cina. Si tratta di un insieme di prodotti, per un valore totale di 50 miliardi di dollari, tra cui i beni contenenti “tecnologie rilevanti sul piano industrialecontemplati nel piano “Made in China 2025”. La lista completa e definitiva dei prodotti cinesi importati sottoposti al dazio verrà comunicata il 15 giugno e le tariffe entreranno in vigore probabilmente il 30 giugno.

L’obiettivo del programma Made in China 2025, adottato da Pechino nel 2015, è di incrementare la quota di tecnologie sviluppate in Cina liberando il paese dalla dipendenza da tecnologie importate da altri paesi e dando ai prodotti Made in China da vendere all’estero un importante valore aggiunto rispetto al più tradizionale export a basso prezzo e senza contenuto tecnologico.

Una strategia che è necessariamente destinata a scontrarsi con la visione dell’America first di Trump: “Per proteggere la nostra sicurezza nazionale, gli Stati Uniti metteranno in atto specifiche restrizioni agli investimenti e maggiori controlli sull’esportazione di persone e entità cinesi connesse con l’acquisizione di tecnologie industrialmente significative”, si legge in un comunicato della Casa Bianca. Lo staff del presidente degli Stati Uniti ha fatto sapere che i dazi sono parte di una strategia a tutto campo per proteggere la tecnologia e la proprietà intellettuale americana, fermare il trasferimento di importanti tecnologie industriali e brevetti verso la Cina e aumentare l’accesso al mercato cinese per le aziende statunitensi. Gli Stati Uniti chiederanno alla Cina di rimuovere “tutte le sue barriere al libero commercio, incluse quelle non monetarie, che rendono più difficile per le imprese americane fare affari in Cina e perpetuano un ambiente competitivo sleale verso le imprese estere”. La Casa Bianca si è detta pronta a difendere le sue ragioni anche presso il Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio.

Non è chiaro perché la protezione delle imprese nazionali vada bene per gli Usa ma sia sleale da parte della Cina, ma in corso c’è una vera guerra commerciale, direttamente connessa col predominio politico e che vede nell’alta tecnologia il suo elemento cruciale. Il “caso Zte” è la riprova di come gli Usa stiano provando a mostrare i muscoli e la capacità di mettere in ginocchio le imprese cinesi, che servono poi per trattare condizioni più gradite con le autorità di Pechino. Ieri Trump ha dettato le sue condizioni per riaprire al vendor cinese “bandito”: multa da 1,3 miliardi di dollari, riorganizzazione di management e cda e acquisto obbligatorio di componenti a stelle e strisce.

La Casa Bianca ha assicurato che sta continuando a negoziare con la Cina sulle questioni commerciali, ma il ministro del Commercio cinese si è detto sorpreso dall’annuncio dei dazi sull’hitech, perché violerebbe un temporaneo e informale accordo per fermare ogni imposizione di nuove tasse finché i negoziati non si concludono. E ha fatto sapere tramite l’agenzia Xinhua che “Qualunque misura gli Stati Uniti prenderanno, la Cina è sicura dei suoi mezzi e di avere la capacità e l’esperienza per difendere il popolo cinese e degli interessi strategici della nazione“. La Cina chiede agli Usa di agire “in accordo con lo spirito dei recenti incontri bilaterali”. Pechino minaccia anche di rispondere con dazi del 25% su beni importati dagli Usa di analogo valore. La partita non è certo chiusa.

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