CIO VISION

Unicredit, l’Ict nel caveau

Il Cio Massimo Milanta: “Mobilità, big data e social networking determinanti per creare nuove forme di business bancario”

Pubblicato il 01 Ott 2012

Tra i pochi gruppi finanziari italiani che può definirsi “europeo”, UniCredit è presente in 22 Paesi con una rete in 50 mercati, 9.400 sportelli e più di 150.000 dipendenti. Nell’Ict gestisce circa 2,3 miliardi di euro all’anno. Come? Ce ne parla Massimo Milanta, Cio di UniCredit e General Manager di UniCredit Business Integrated Solutions, società di servizi per il supporto operativo al Gruppo.

Cosa fa esattamente Ubis?

Decide standard, policy e fornisce servizi informatici. Occupa circa 12.000 persone in 11 Paesi, di cui 4.000 nell’ambito Ict. Serve tutte le banche italiane, tedesche e austriache. Nata a gennaio del 2102 gestisce tutta la parte operativa e infrastrutturale.

Affittate o comprate tecnologie per fare business?

Abbiamo configurazioni d’acquisto in leasing, altre in conto capitale: dipende dagli asset. L’obiettivo è razionalizzare e rendere efficiente la spesa, consolidando gli investimenti IT. Nei data center di Verona, per esempio, abbiamo lavorato sulla virtualizzazione, che interessa la maggioranza delle installazioni su server “open”.

È un trend che porterete avanti?

Sì, ma stiamo cercando di bilanciare meglio efficienza e rischio operativo dovuto alla concentrazione di molti server virtuali su un unico hardware. La virtualizzazione va affiancata da una segregazione degli ambienti che riduca gli “effetti domino” tipici degli incidenti strutturali. In altre parole, stiamo lavorando per avere data center virtuali specializzati per piattaforma applicativa, migliorando così costi e affidabilità dei servizi.

Avete virtualizzato anche i desktop?

Sì, soprattutto nel segmento bancario estero. In Romania per esempio lavorano via terminal server con sistema Citrix su piattaforme italiane. In altri casi la virtualizzazione è “ibrida”. Siamo convinti che il futuro sia nella gestione degli utilizzatori, non delle macchine, e dei profili associati a dati e applicazioni: l’accesso a pc virtuali da ogni luogo, inclusa l’abitazione, aiuta chi lavora in mobilità o ha bisogno di indipendenza dal posto di lavoro.

E sul cloud quali scelte avete fatto?

Abbiamo scommesso sul private cloud, soprattutto in area Unix e Linux, impiegate principalmente in Germania, dove si concentrano anche le soluzioni di Investment Banking. Abbiamo in produzione da tempo soluzioni IaaS – circa un migliaio di macchine virtuali – e stiamo sviluppando soluzioni PaaS. Per ora non pensiamo di utilizzare public cloud anche se stiamo valutando soluzioni ibride per i picchi di carico e i nuovi sviluppi applicativi.

Cosa guida il cambiamento dell’IT?

I due driver sono l’evoluzione del business e la compliance alla normativa bancaria. Abbiamo dato vita a un processo di medio termine per uniformare sistemi e piattaforme. Capita spesso che siano le applicazioni a creare vincoli di piattaforma: vorremmo invece disporre di standard a livello infrastrutturale per avviare fasi di changing più rapide, quando richieste.

Problema emerso con le acquisizioni?

Sì, anche se oggi la fase delle grandi integrazioni s’è attenuata. Nel 2008 abbiamo incorporato Capitalia, nel 2010 c’è stata l’espansione in Germania. Oltre all’evoluzione in corso in Austria, UniCredit ha finora effettuato 35 migrazioni dovute a fusioni.

Quali altre necessità sono emerse?

Avere bilanci di sintesi in tempi ridotti: questo ha richiesto l’integrazione dei servizi cross country. È maturata poi la necessità di controllare meglio i servizi di concessione del credito e di analisi dei rischi. Con la crisi finanziaria le attenzioni maggiori dell’IT si sono rivolte verso l’Investiment Banking.

In quale area avete più investito?

Nei servizi commerciali e di vendita. Oggi siamo alla terza generazione dei servizi Internet e multicanale.

E nella comunicazione interna?

Qui abbiamo seguito due strade. Da una parte l’innovazione della comunicazione integrata attraverso sistemi come Link di Microsoft o di telepresence. Oggi UniCredit dispone di 30 sistemi di questo tipo che hanno portato notevoli risparmi su viaggi e trasferte. Dall’altra abbiamo coinvolto i dipendenti nella comunicazione “social”. UniCredit ha sviluppato OneNet, un social network sottoscritto dal 54% dei colleghi invitati. È un progetto pilota che in futuro si espanderà ai 150.000 dipendenti del Gruppo. Ci aiuta a condividere progetti, fare formazione, ricevere input, magari attraverso survey interne, e a comunicare in maniera bidirezionale. Esistono anche comunità che si ritagliano il loro spazio.

Ad esempio?

Quella delle “Innovation” o degli “Sviluppatori” all’interno delle quali i colleghi possono condividere esperienze specifiche.

Qual è il budget IT di Unicredit?

Nel 2011 il Gruppo ha gestito a livello globale 2,3 miliardi di euro in tecnologie informatiche. Il 60% del budget è stato gestito da UniCredit Business Integrated Solutions. Oltre 500 milioni hanno riguardato investimenti per nuovi progetti. Nel periodo delle grandi acquisizioni quello più importante ci ha impegnato nell’ammodernamento dei sistemi di Investiment Banking e nei servizi per la gestione dei crediti e dei conti correnti. Oggi questa fase si sta consolidando e stiamo indirizzando le risorse su progetti per il risk management e l’adeguamento normativo. L’apice della spesa è posta sui servizi multicanale e i sistemi di gestione del rischio.

Internet è ancora frontiera aperta?

Sì, offre notevoli opportunità per vendite e consulenza. Stiamo sperimentando nuove forme di consulenza via Web attraverso videconferenze. I tempi per il marketing one to one sono maturi: c’è spazio per passare dalle transazioni online, oggi di uso quotidiano per i clienti, all’interazione personale. Il futuro è del Crm realtime.

Qual è in sintesi la vostra visione?

Oggi il nostro business si basa su tre asset: persone, building e tecnologie. L’IT è la vera fabbrica produttiva: è ciò che cresce. In passato serviva per l’innovazione della qualità oggi deve aiutare lo sviluppo del business. La pervasività della mobilità, i big data, e il social networking genereranno nuove forme di business bancario che dobbiamo anticipare, abilitare e cogliere. L’ottimizzazione dei costi è importante, ma ciò che più conta è fare delle tecnologie un driver del cambiamento e della crescita.

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