LA RELAZIONE BANKITALIA

Visco: “Le aziende raccolgano la sfida dell’innovazione”

La Relazione annuale di Bankitalia evidenzia un basso tasso di spesa in R&S da parte del settore privato. Langue il venture capital. Il governatore si appella alla politica: “Servono condizioni favorevoli alle attività di impresa”

Pubblicato il 31 Mag 2013

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Bassa spesa in Ricerca e Sviluppo, soprattutto nel settore privato, e scarsissima innovazione generata da investimenti di venture capital sono tra i maggiori freni del rilancio del sistema Italia. La fotografia è scattata dalla Relazione Annuale della Banca d’Italia, presentata oggi in occasione dell’assemblea ordinaria, secondo cui il volume risorse impiegate per la produzione di innovazione, è lontana dall’obiettivo del 3%del Pil, fissato dalla Commissione europea nella strategia Europa 2020.

Secondo Palazzo Koch a questo ritardo contribuiscono più fattori. Sul fronte delle imprese, ancor più della specializzazione in produzioni tradizionali, non favoriscono l’innovazione la piccola dimensione aziendale e una gestione largamente fondata su un management di derivazione familiare. Il capitale azionario, inoltre, è meno diffuso che in altri paesi mentre l’allocazione delle risorse verso le imprese più innovative è frenata dal contesto istituzionale e regolamentare.

Bankitalia rileva che il 40% della spesa in R&S è effettuata dal settore pubblico. “La produzione scientifica della ricerca pubblica non sfigura nel confronto con altri paesi – spiega la Relazione – sebbene le nostre strutture universitarie siano meno presenti nelle posizioni di eccellenza delleprincipali graduatorie internazionali. Nonostante i recenti progressi, la collaborazione tra il sistema di ricerca pubblica e il settore privato è scarsa”.

Nel complesso però, l’incidenza della spesa in R&S sul prodotto in Italia è inferiore a quella dei principali paesi europei: nel 2011 era dell’1,3% rispetto all’1,9 della media dell’Unione europea e al 2,8 della Germania. La componente privata è particolarmente bassa nel confronto internazionale (0,7% rispetto all’1,2 della UE e all’1,9 della Germania), mentre minore è il divario per quella pubblica (0,5% rispetto allo 0,7 dell’Unione e allo 0,9 della Germania).

Le imprese di nuova costituzione, che spesso sono quelle che introducono le innovazioni più radicali, non possono contare su relazioni di lunga durata con intermediari bancari e necessitano maggiormente dell’apporto di capitale di rischio dall’esterno. Si tratta quindi di aziende che risentono negativamente dello scarso sviluppo del settore del venture capital in Italia: la percentuale di spesa in R&S finanziata con venture capital è pari allo 0,1 per cento, contro lo 0,3 in Francia e in Germania e lo 0,4 nel Regno Unito .

Secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ad oggi l’Italia non è in grado di rispondere “agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni” e per questo servono “condizioni favorevoli all’attività d’impresa, alla riallocazione dei fattori produttivi” che consentano di recuperare il ritardo accumulato.

In questi contesto Visco chiede alle imprese uno sforzo eccezionale per rilanciare l’Italia “investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici”. Non tutte le imprese italiane hanno infatti accettato la sfida dell’innovazione. “La capacità di innovare i prodotti e i processi, di esportare sui mercati emergenti, di internazionalizzare l’attività, anche guidando o partecipando a catene produttive globali, demarca il confine tra le imprese che continuano a espandere il fatturato e il valore aggiunto e quelle che, invece, faticano a rimanere sul mercato. La crisi ha accentuato questo divario, reso stridente l’inadeguatezza di una parte del sistema produttivo”, ha aggiunto, sottolineando la necessità di assicurare “sin d’ora le condizioni per favorire la nascita e la crescita di imprese nuove, generare nuove opportunità di impiego”.

E scuola e università “dovranno sostenere questo processo garantendo un’istruzione adeguata per qualità e quantità, mirando con decisione ad accrescere i livelli di apprendimento e a sviluppare nuove competenze”.

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