IL GIURISTA

Web tax, Andrea Monti: “È una partita politica, non giuridica”

L’avvocato esperto di diritto Ict: “Chi metterà la faccia su questa legge vuole le chiavi di casa di Google. Il confronto si giocherà su tavoli di mediazione non necessariamente in Italia, ma in Europa”

Pubblicato il 19 Dic 2013

“La partita sulla web tax è politica, non giuridica, e, nonostante alcuni passaggi della normativa presentino criticità dal punto di vista giurisprudenziale, non credo che questa partita si giocherà nelle aule di giustizia ma sui tavoli di mediazione a livello europeo”. A sostenerlo è Andrea Monti, avvocato esperto di diritto delle telecomunicazioni e tecnologie dell’informazione, che intanto però avverte: “La norma va comunicata alla Commissione europea prima della sua emanazione in base alla direttiva 98/34, altrimenti rischiamo l’infrazione”.

La norma prevede che chi acquista pubblicità online lo debba fare “da soggetti titolari di una partita Iva italiana”. Ma il Centro studi della Camera ha definito questo passaggio “non compatibile con la normativa comunitaria in materia di libertà di circolazione di beni e servizi”. Problemi in vista con l’Europa?

Penso proprio di sì. Voglio ricordare innanzitutto che ci sono due tipi di fornitori: quelli intracomunitari, che sulla base del trattato istitutivo dell’Unione europea possono liberamente vendere i propri beni e servizi da qualsiasi Stato dell’Unione verso qualsiasi altro Stato dell’Unione senza limitazioni. E poi ci sono quelli extracomunitari, cioè tipicamente gli Usa (ma non solo) che hanno una regolamentazione di tipo diverso. È vero, in materia fiscale esistono ancora diseallineamenti per quanto riguarda per esempio le aliquote Iva, la possibilità di operare in regime di esenzione Iva ecc. ecc. Però sono tutte cose già normate e disciplinate dalla legge italiana. Voglio dire che la materia è nota dal punto di vista tributario ben prima dell’arrivo di Google o di altri giganti della web economy. L’approccio paradossale è pensare che basti una legge per far diventare il bianco nero. Non è così: il nostro sistema economico e fiscale è abbastanza rigido per quanto riguarda i rapporti con gli altri Paesi. Introdurre varianti come quelle contenute nella web tax esclusivamente per una tipologia di servizi e di fatto, a mio parere, esclusivamente per un’azienda, significa creare una discriminazione che non trova nessun fondamento dal punto di vista legale.

Peraltro qualcuno ha fatto notare che esiste una sorta di incoerenza all’interno della stessa norma. Al comma 17bis si parla di “soggetti titolari di partita Iva italiana”, al comma 119 ter si cita solo “la partita Iva del beneficiario” senza citare l’Italia. Potrebbero scaturirne contestazioni?

Non la ritengo una contraddizione perché, dove c’è spazio per interpretazione, il giudice tributario va a decidere in favore della legislazione italiana. Se anche fosse stata una svista, il semplice dato testuale non è sufficiente a escludere l’applicabilità della normativa. Non è questo il problema.

E qual è allora?

Il problema è che, in un Paese come l’Italia che si dichiara ad economia di mercato, lo Stato stabilisca come deve essere gestita un’azienda. Mi riferisco al passaggio della web tax che recita: “Le società che operano nel settore della raccolta di pubblicità online e dei servizi ad esso ausiliari sono tenute a utilizzare indicatori di profitto diversi da quelli applicabili ai costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività”. Ci sono già norme precise che puniscono chi falsifica i bilanci, altera i dati e non paga le tasse. Mi pare che, con la normativa sulla web tax, il presidente del Consiglio, il parlamento o chi metterà la faccia su questa legge, vogliano le chiavi di casa di Google.

Secondo lei questo passaggio è impugnabile giuridicamente?

Vedremo. Ma è chiaro che la partita è politica, non giuridica. Se anche si arrivasse a un confronto giudiziario, le aziende coinvolte potrebbero non avere interesse a contrastare frontalmente una legge di questo genere. Quindi la partita si giocherà su tavoli di mediazione non necessariamente in Italia. Sarà in Europa, direi. Europa a cui, in questo specifico contesto, siamo legati da un preciso obbligo.

Quale?

Questa norma va comunicata alla Commissione europea prima della sua emanazione perché incide sulla parità di competitività della prestazione di servizi nel mercato interno. Questo in base alla direttiva 98/34, secondo la quale i provvedimenti nazionali che incidono sulle attività di comunicazione elettronica devono essere comunicati tempestivamente alla Commissione europea.

Quindi dovrebbe essere fatto in queste ore?

È previsto il passaggio comunitario. Poi, se l’Italia decide di non farlo, la Ue avvierà la solita procedura di infrazione.

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