Web tax, Boccia ci riprova alla Camera

Legge di Stabilità: il presidente della Commissione Bilancio pronto a ripresentare la norma che mira a tassare le big company. Il gettito andrà ad alimentare il taglio del cuneo fiscale

Pubblicato il 03 Dic 2013

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Web tax per incrementare il taglio cuneo fiscale da alimentare anche tramite l’indicizzazione delle pensioni e l’anticipo della spending review. A questo sta lavorando Francesco Boccia, presidente della Commissione Bilancio della Camera, per inserire la norma dentro la legge di Stabilità che inizia il suo iter alla Camera. Il termine per la presentazione degli emendamenti è fissato per giovedì 5 dicembre.

“Gli emendamenti su Web e Tobin Tax, ritirati solo per questioni di tempo in commissione al Senato, saranno ripresentati alla Camera – aveva chiarito Boccia dopo che Palazzo Madama aveva accantonato l’emendamento – Si tratta di interventi che danno gettito e affrontano imprescindibili temi di equità e regolazione dei mercati. Parlamento e Governo dovranno andare avanti speditamente e senza esitazioni. Non è certo il tempo di tentennamenti e rinvii”.

L’emendamento prevede che “i soggetti passivi che intendano acquistare servizi online, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi – si legge nel testo dell’emendamento sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita Iva italiana”. Secondo le stime di Boccia la norma garantirebbe entrate per circa un miliardo.

Ma il fronte del no alla web tax è ampio. Nei giorni scorsi il presidente di Confindustria Digitale, Stefano Parisi aveva espresso una posizione contraria. “La cosidetta web tax non è compatibile con l’Ue, non si può fare solo in Italia, ed è concettualmente sbagliata perché “l’economia va sostenuta e non spremuta – sottolineava – Invece di tassare Google ogliamo che le nostre aziende siano messe nelle stesse condizioni di competizione sul mercato ormai globale” del colosso di Mountain View. Google da oggi con Google Play noleggia o vende film esattamente come la mia azienda Chili Tv, ma paga 10 punti in meno di Iva, non ha bisogno di codice fiscale e non manda fattura”.

“Quello che voglio – evidenziava il presidente di Confindustria Digitale – è che la mia azienda sia messa nelle stesse condizioni di Google, non di tassare Google”. “L’economia va sostenuta non spremuta, invece in Italia l’economia e’ spremuta” ha concluso Parisi.

Severo anche il giudizio della American Chamber of commerce in Italy (AmCham), secondo cui l’emendamento “nasconde una volontà punitiva nei confronti delle imprese coinvolte e rappresenta un freno all’espansione dell’economia digitale in Italia che, secondo un recente rapporto di Assintel, vale il 3,1% del Pil nazionale”.

“Dal punto di vista etico – affermano dalla AmCham in Italia – il concetto generale che chi produce reddito in Italia debba pagare le tasse nel nostro Paese è corretto, ma tale argomento dovrebbe essere condiviso a livello di Unione Europea o di altro organismo sovranazionale, come dimostrano le discussioni sul tema in corso all’Ocse. E’ doveroso precisare che attualmente le imprese straniere che offrono servizi online in Italia non violano alcuna legge in materia fiscale. Al contrario, orientamento all’innovazione tecnologica (i bassi investimenti in ‘Ricerca & Sviluppo‘ rappresentano uno dei principali svantaggi competitivi del nostro Paese), cultura delle ‘start-up’, arricchimento del know-how manageriale e spinta verso l’internazionalizzazione sono i benefici in termini di valore che queste aziende apportano al nostro mercato e in generale al nostro Paese”.

“In aggiunta – proseguono dalla AmCham – la formulazione di tale emendamento rappresenta una forte restrizione alla libertà di scelta dei consumatori italiani, siano essi individui o imprese. Come sottolineato da numerosi esperti del settore, tale norma, se approvata, potrebbe esporre l’Italia a una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, per possibili violazioni dei trattati e delle normative Ue sui princìpi del mercato unico e della libera circolazione dei servizi”.

“Infine – conclude il comunicato – è lecito domandarsi se sia possibile conciliare la volontà di maggiore integrazione a livello europeo ed il desiderio di stipulare al più presto il Trattato di Libero Scambio tra Europa e Usa (Ttip) con questa volontà di chiusura a qualsiasi forma di concorrenza, bollata come ‘sleale’”.

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