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Web tax, è (quasi) accordo. In vista l’asse franco-tedesco

I ministri delle Finanze dei due Paesi al lavoro su una piattaforma di compromesso. Scholz: “Puntiamo a un’intesa vincolante da sottoscrivere nel corso del prossimo Ecofin. O di questo passo rischiamo di andare avanti altri 100 anni”. Le Maire: “In cantiere gli ultimi ritocchi”

Pubblicato il 12 Nov 2018

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L’Europa stringe sulla web tax. In vista un accordo franco-tedesco per modificare il regime fiscale di Google & Co. Emerge dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro francese delle Finanze Bruno Le Maire e dal suo omologo tedesco, Olaf Scholz. “Puntiamo a un accordo vincolante da sottoscrivere nel corso dell’Ecofin del 4 dicembre – ha detto Scholz in un’intervista a Der Spiegel -. Questo per evitare il rischio che i negoziati vadano avanti ancora 100 anni. Per questo sostengo il modello francese in grado di offrire più risorse alla Ue”.

Dal canto suo Le Maire dichiara che un accordo è “a portata di mano”: si tratta di un “compromesso” da raggiungere con la Germania, “la definizione dell’accordo è in corso, lavorerò con Scholz per tutta la settimana per mettere a punto una decisione franco-tedesca sulla tassazione”.

Venerdì scorso Bruno Le Maire, sostenitore di una tassa del 3% sul  fatturato delle aziende digitali, aveva alzato la posta in gioco evocando una possibile “rottura” nel patto di fiducia con la Germania che sul tema sostiene una posizione più soft. Altri paesi, come Danimarca, Svezia e Irlanda, sono contrari all’idea di una tassa europea sui Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple). La decisione richiede il sostegno di tutti i 28 stati dell’Ue.

Nel corso dell’ultimo Ecofon le posizioni erano rimaste distanti: discussioni informali finite con un nulla di fatto. La proposta partita dalla Commissione europea è di tassare al 3% il fatturato delle aziende del digitale con giro d’affari europeo superiore ai 50 milioni di euro l’anno. Nel mirino finirebbero almeno 150 imprese, di cui solo una parte Usa, ma agli occhi dell’America questa è una tassa contro i campioni di Internet a stelle e strisce e il presidente Donald Trump ha già fatto sapere che la web tax europea scatenerà una reazione da parte di Washington.

Proprio il timore delle ripercussioni americane ha causato una brusca frenata della Germania, inizialmente tra i principali sostenitori della web tax europea. Per andare incontro alle esigenze dei tedeschi il ministro francese Bruno Le Maire aveva proposto una soluzione di compromesso che prevede la “sunset clause”: una volta che ci sarà una decisione sulla tassazione dei gruppi digitali a livello internazionale nel quadro dell’Ocse, quella soluzione sostituirà la tassa europea. La reazione del ministro tedesco Olaf Scholz è stata fredda, anche se Berlino insiste nel dire che continua a volere una decisione entro fine anno.

La Gran Bretagna ha deciso di andare avanti da sola: ancora prima della Brexit, il Regno Unito si è sganciato dall’Unione europea procedendo autonomamente alla creazione di una tassa sui servizi delle web company. Il “balzello” scatterà dal 2020; il ministro delle Finanze Philip Hammond prevede un gettito da 400 milioni di sterline l’anno, poco meno di 450 milioni di euro.

Anche l’Italia punta a accelerare: “Senza un accordo Ue l’Italia andrà avanti da sola sulla web tax”, ha detto il ministro dell’Economia Giovanni Tria intervenendo all’Ecofin: “Sosteniamo la finalizzazione dei lavori tecnici sulla Web tax con l’obiettivo di trovare un accordo entro la fine dell’anno”, ma “se non avremo questo accordo introdurremo la tassa” che l’Italia ha già approvato l’anno scorso e sospeso in attesa di un’intesa a livello europeo.

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