L'ANALISI

Web tax, serve un patto Ue-Usa

Una collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico è necessaria: puntare sull’idea che ka fair taxation non è radicata su un luogo, ma su una soglia. L’analisi di Marco Greggi

Pubblicato il 15 Set 2017

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Un vecchio e trito luogo comune recita che quando nasce una nuova idea gli statunitensi ci fanno un business, i cinesi la copiano e gli europei la regolano. Se fosse così, l’economia di Internet non farebbe eccezione.

Tassare le grandi multinazionali che operano in rete, tacciate a giorni alterni di elusione fiscale o pianificazione fiscale aggressiva (se non di vera e propria evasione), è diventato negli ultimi anni uno sport praticato in tutti i paesi dell’Unione europea, dove le diverse amministrazioni fiscali si muovono in ordine sparso, così come i giudici, sotto la spinta dell’opinione pubblica. A volte ciò accade con successo, come nel caso dell’Inghilterra (e dell’Italia), altre invece no, come più di recente in Francia.

Gli appelli alla coralità nella gestione della fiscalità di Internet sembrano avere ottenuto anche una risposta politica, auspice una lettera congiunta di alcuni stati europei (fra i quali l’Italia), cosicché il prossimo vertice Ecofin di Tallin dovrebbe essere il luogo in cui l’Unione si appresta finalmente a iniziare l’iter per la fissazione di regole comuni (e condivise) per individuare dove (e su cosa) queste multinazionali debbano pagare imposte. La proposta è semplice, l’obiettivo ambizioso: introdurre una “Equalization tax” da applicare sul volume delle vendite realizzate in Europa dalle multinazionali straniere che oggi non pagano imposte (sui redditi) qui, in quanto non residenti.

Qual è il vero obiettivo? A giudicare dai contenuti trapelati e dal testo della lettera, si tratta di un gioco pericoloso, seppure praticato con indubitabile tempismo. Prima di provare a formulare risposte, è necessario fare esattamente il punto su che cosa sia reputato insoddisfacente dai governi europei, e che cosa sia meritevole di modifica sul piano legislativo.

Si tratta del fatto che le multinazionali dell’IT technology adottino soluzioni di Tax planning al limiti dell’elusione fiscale ? Oppure della semplice circostanza che paghino imposte sul reddito in un luogo “altro” rispetto all’Unione (o ad alcuni paesi dell’Unione), alla luce delle regole consolidate del fisco internazionale?

Le due situazioni possono non coincidere, e l’impressione che si ha in questi giorni, è che i governi europei cerchino di perseguire il secondo obiettivo dichiarando in realtà di voler conseguire (solo) il primo.

Il contrasto all’elusione internazionale e alla pianificazione fiscale aggressiva è un obiettivo meritorio da sempre e trova ulteriore conferma sia nelle raccomandazioni Ocse che nei più recenti interventi dell’UE in materia. Anche l’Italia ha fatto passi avanti con l’introduzione recente della voluntary disclosure delle società estere con stabile organizzazione nella penisola, nota alla stampa come “web tax”: ogni decisione promossa in sede Ecofin (e volta a ravvicinare le posizioni degli stati) non può che essere vista positivamente.

Se l’obiettivo è invece il secondo, ciò porterà l’Unione in rotta di collisione con gli Stati Uniti e il Giappone (subito) e poi con Cina e forse India nel medio periodo: cioè con tutti quegli stati in cui le multinazionali dell’IT sono nate, cresciute e dai quali poi sono partite alla conquista del mercato globale dopo una dura selezione interna.

La matematica non tradisce: maggiore base imponibile in Europa significa (al netto di una doppia pretesa fiscale sullo stesso imponibile) minore tassazione altrove. Se dal punto di vista giuridico l’Europa può provare a cambiare regole in uso da decenni (se non da secoli), è anche ragionevole ritenere che gli altri stati, portatori di interessi di quelle stesse multinazionali e bersaglio (mediato) della nuova politica, non stiano con le mani in mano. Già alcuni senatori statunitensi, durante la precedente amministrazione, avevano dato prova di questa sensibilità alla luce degli interessi nazionali: altre contromisure arriveranno, se i tabù fiscali cominciano a cadere. Perché magari i prossimi non possono essere la tutela dell’immagine, di un segno distintivo, di quella specificità dei prodotti e dei servizi cui tanto tiene il nostro paese all’estero?

La tempistica però ci sorride: se l’Unione davvero vuole andare alla guerra con le multinazionali IT statunitensi, questo è il momento migliore. Silicon Valley è distante dall’amministrazione Trump, che non ha mai appoggiato, ed è contraccambiata: la mossa europea potrebbe in effetti sfruttare la frattura, che non esisteva con l’amministrazione Obama anche quando i profitti enormi del business IT restavano parcheggiati in sicuri paradisi fiscali e non contribuivano ad alleviare il peso del fisco negli Usa.

Ecco che allora l’iniziativa europea, per avere davvero successo, deve essere autenticamente concertata, coinvolgendo entrambe le sponde e le amministrazioni dell’Atlantico, e va radicata sull’idea e sul principio che il vero nemico da battere non è la mancata tassazione qui (o lì) ma la mancata tassazione tout court, e che l’idea di fair taxation non è radicata su un luogo, ma su una soglia: una cifra tutto sommato ragionevole. Insomma, va radicata sul tema secondo cui il contribuente europeo e quello statunitense sono nella stessa posizione e vogliono la stessa cosa. Questo è l’unico risultato ragionevole che la nostra generazione può ambire di conseguire.

*questo articolo è tratto dal sito lavoce.info

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