TASSE & INTERNET

Svolta Web tax, nel mirino del fisco anche i dati raccolti da Google & Co. Ecco la proposta del Parlamento Ue

In un emendamento al testo della Commissione Ue i deputati chiedono di inserire il “fattore dati” come nuovo parametro per l’individuazione della base imponibile delle società che operano online. Via libera anche al concetto di stabile organizzazione digitale. Ora la palla passa al Consiglio Ue. Sale l’attesa per la presentazione di Bruxelles dello schema di regime fiscale per le tech company

Pubblicato il 15 Mar 2018

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“Tassare” i dati degli utenti raccolti dalle web society. Il Parlamento europeo, approvando un emendamento alla proposta sulla nuova base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società (Ccctb), presentata dalla Commissione Ue nel 2016, introduce importanti novità sulla tassazioned dei big del Web. Secondo i deputati è opportuno che la formula di ripartizione della base imponibile consolidata comprenda quattro fattori cui è attribuita la medesima ponderazione: oltre a lavoro, attività e vendite in funzione della destinazione, si aggiunge ora anche la voce “raccolta e utilizzo dei dati personali degli utenti di piattaforme e servizi online”.

Il testo del Parlamento introduce anche il concetto di “stabile organizzazione digitale”, anche questa non presente nel “vecchio” testo della Commissione. “Per sostenere il corretto funzionamento del mercato interno, il contesto di imposizione fiscale delle imprese nell’Unione dovrebbe essere configurato secondo il principio secondo cui le società pagano la loro giusta quota di imposte nelle giurisdizioni in cui generano i loro profitti e in cui hanno la loro stabile organizzazione – si legge nella modifica di Strasburgo – Tenendo conto dei cambiamenti a livello digitale nel contesto imprenditoriale, è necessario garantire che le società che generano profitti in uno Stato membro senza disporre di una stabile organizzazione fisica in tale Stato membro, ma aventi una stabile organizzazione digitale in tale Stato membro, siano trattate alla stregua delle società che dispongono di una stabile organizzazione fisica”.

Il Parlamento ritiene indipensabile l’uso di indicatori che consentirebbero di identificare se un’impresa ha una “presenza digitale” all’interno di uno Stato membro, e deve quindi essere soggetta a tassazione in quel paese.

Il voto è puramente consultivo perché le questioni di fisco competono soltanto al Consiglio.

La nuova Ccctb dà alle multinazionali per la prima volta un corpus unico di norme per calcolare gli utili imponibili in tutta l’Ue e un meccanismo per risolvere le dispute ed evitare la doppia imposizione. “Le imprese dovrebbero essere tassate dove realizzano gli utili, all’interno di un regime armonizzato che utilizza anche le attività online per calcolare il carico fiscale”, si legge nel testo approvato dal Parlamento Ue. I deputati hanno dunque approvato la base imponibile comune consolidata per l’imposta sulle società che sarà parte di una proposta più ampia che mira a creare un regime unico di tassazione delle imprese nella Ue.

Le imprese potranno calcolare le tasse sommando profitti e perdite di tutte le proprie filiali nei Paesi membri e le imposte risultanti sarebbero poi ripartite tra gli Stati membri a seconda del luogo in cui sono stati generati gli utili. L’obiettivo è eliminare l’attuale prassi delle imprese che trasferiscono la propria sede fiscale in Paesi con una bassa tassazione. Secondo le proposte, in tutti gli Stati membri si dovrebbe applicare un unico insieme di norme fiscalim bypassando le 28 diverse normative nazionali.  Le proposte approvate oggi a Strasburgo saranno discusse dal Consiglio prossimamente.

Intanto la Commissione europea scalda i motori per la presentazione della bozza di web tax, il prossimo 21 marzo. Il testo prevede d’imporre alle multinazionali digitali un prelievo pari al 5% del fatturato generato nei Paesi dell’Unione. Il progetto è chiaro, ma la sua realizzabilità è ancora da dimostrare: per entrare in vigore, infatti, la tassa dovrebbe ottenere il via libera di tutti i governi Ue. Ed è prevedibile che diversi Paesi si metteranno di traverso: su tutti l’Irlanda, ma anche Olanda e Lussemburgo, Malta e Cipro.

Lo scorso autunno i governi di Italia, Francia, Germania e Spagna avevano chiesto ai partner e a Bruxelles di introdurre una web tax europea. Prima di Natale il fronte si era allargato a una ventina di governi, ma l’unanimità è rimasta una chimera. Per questo la discussione tra governi si era arenata ed era stato chiesto al Bruxelles di andare avanti con un testo per poi provare a piegare le resistenze di Dublino e soci.

Nelle intenzioni dell’Esecutivo comunitario, peraltro, la web tax europea non dovrebbe essere altro che una soluzione transitoria in vista di un accordo globale a livello Ocse (ancora più improbabile). Nell’attesa, l’Ue mette sul tavolo il primo 5%.

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