COPYRIGHT

Vince la lobby dell’audiovisivo, dietrofront dell’Europa sull’abolizione del geo-blocking

Finisce nel cassetto la proposta di Ansip a sostegno del mercato unico digitale: nessuna traccia nel piano di riforma del copyright europeo che sarà presentato il 9 dicembre. Salva solo una proposta sulla “portabilità” dei contenuti digitali: ma resta intatto il regime di licenze territoriali

Pubblicato il 03 Dic 2015

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E’ stata per mesi sbandierata dalla Commissione europea come la misura simbolo della Strategia per il mercato unico digitale. E invece pare proprio che la promessa tanto cara al vicepresidente dell’esecutivo Ue Andrus Ansip di mettere fuori legge il geo-blocking, ossia la pratica di limitare l’accesso ai contenuti digitali in base alla localizzazione territoriale dell’utente, non figuri più tra le priorità di Bruxelles. Tanto che sarebbe stata discretamente riposta nel cassetto. Almeno per il momento. Come si evince dall’atteso piano di riforma del copyright europeo che sarà presentato il 9 dicembre prossimo sotto l’egida del commissario all’economia digitale Günther Oettinger.

E dire che appena pochi mesi fa il termine “geo-blocking” faceva capolino come un mantra in quasi ogni dichiarazione pubblica di Ansip. Per converso nell’ultima stesura del piano (si tratterà, nello specifico, di una Comunicazione) circolata sottobanco nel mese di novembre, e ormai agevolmente reperibile in rete, la Commissione si premura di non nominarlo nemmeno una volta. E’ vero che il documento insiste comunque molto sugli steccati che ostacolano la circolazione e la distribuzione transfrontaliere di contenuti digitali coperti da copyright. Ma finisce con l’ammettere che la questione merita di essere affrontata con prudenza, ovvero adottando un “approccio graduale”.

L’obiettivo pur nobile di garantire “un accesso universale a tutti i contenuti legali” in tutta Europa, si legge nel piano, deve infatti “essere bilanciato con un sufficiente grado di preparazione da parte del mercato nel rispondere ai cambiamenti politici e legali e con la necessità di assicurare modelli sostenibili per chi è responsabile della creazione di contenuti”. Insomma: le condizioni non sono mature. Meglio rinviare.

“L’ambizione di abbattere i silos nazionali ha lasciato il posto al mercato della politica. La Commissione sta facendo un errore enorme nel cedere alle pressioni dell’industria”, ebbe già a vaticinare l’eurodeputata del Partito Pirata Julia Reda all’indomani della presentazione nel maggio scorso della Strategia sul mercato unico, notando non a torto che il testo aveva fatto balenare un possibile dietrofront sull’abolizione del geo-blocking. Così in effetti è stato. Gli argomenti delle lobbies europee del settore audiovisivo, preoccupate dalle pesanti ripercussioni economiche dovute alla possibile soppressione (o comunque ammorbidimento) delle restrizioni territoriali, hanno avuto la meglio. “Il finanziamento di nuove produzioni nel settore audiovisivo – spiega la Commissione nella Comunicazione – dipende in larga misura dal regime delle licenze territoriali combinato con l’esclusività territoriale concessa a distributori e service providers”.

Qualcosa del disegno originario targato Ansip è stato però messo in salvo. In concomitanza con il piano sul copyright, Bruxelles licenzierà una proposta di regolamento sulla “portabilità” dei contenuti digitali, una normativa intesa a garantire che tutti gli utenti europei possano per lo meno usufruire dei servizi online ai quali sono abbonati nel proprio paese anche quando soggiornano per brevi periodi in un altro stato dell’Ue.

Per tutto il resto si vedrà. La Commissione si riserva di “considerare” altre misure legislative nel prossimo futuro. Ad esempio, il rafforzamento anche online della distribuzione oltreconfine di contenuti radiotelevisivi attraverso l’estensione di alcune norme della direttiva sulla trasmissione via satellite e via cavo, direttiva di recente oggetto di una consultazione pubblica e in predicato di revisione.

Secondo alcuni osservatori la brusca frenata sul geo-blocking, anch’esso oggetto in questo momento di una consultazione, è sintomatica di un più generale arretramento dell’esecutivo di Bruxelles sul fascicolo del diritto di autore rispetto agli ardori riformisti esibiti all’inizio del mandato. Non che il piano non tenti di ricorrere ad una retorica ambiziosa. Ad esempio, auspica apertamente l’introduzione del “single European copyright title”, la licenza unica paneuropea, spiegando che la miriade di ostacoli che si frappongono a questa prospettiva “non devono costituire una buona ragione per non perseguirla come un obiettivo di lungo periodo”.

Ma non può sfuggire come su diversi aspetti centrali anziché tracciare proposte concrete la Commissione si limiti meramente a segnalare che “considererà” eventuali iniziative. Lo fa sul nodo delle discrepanze tra regimi nazionali di copia privata (“si valuterà la necessità di un’azione”) o ancora riguardo la definizione di diritto “di comunicazione al pubblico” (“si esaminerà l’opportunità di intervenire”). Anche sulla questione spinosissima dell’uso di materiale coperto dai diritti d’autore da parte delle piattaforme digitali non si va al di là di un generico impegno all’azione senza aggiungere ulteriori dettagli. Più concreta la sezione del testo in cui si propone un percorso di armonizzazione a livello Ue del sistema delle eccezioni al diritto d’autore (ad esempio a scopi di ricerca) e sulla lotta alla pirateria.

Regolamento sulla portabilità a parte, le prime vere proposte legislative sono attese per la primavera 2016. Non è, però, affatto scontato che lo scadenzario sia rispettato. Due associazioni europee, la Computer and Communications Industry Association (che raggruppa molti Ott americani) e C4C (accademici e attivisti digitali), puntano entrambe il dito contro il fatto che la Commissione non avrebbe svolto consultazioni adeguate con gli stakeholder prima della pubblicazione del piano.

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