FINTECH

Criptovalute, ancora giro di vite in Cina: nel mirino le software house

Dopo aver bandito il Bitcoin e altre valute digitali, la Banca centrale ordina la cessazione delle attività di Beijing Qudao Cultural Development, sospettata di fornire servizi software per le transazioni. Chiuse le “miniere” nel sud-est del Paese

Pubblicato il 06 Lug 2021

bitcoin

La Banca centrale cinese inasprisce la repressione delle criptovalute: l’istituto ha ordinato la chiusura di una società informatica di Pechino (Beijing Qudao Cultural Development) sospettata di fornire servizi software per transazioni in bitcoin e altre monete digitali. Alla società è stato ingiunto di sospendere le sue attività e il suo sito web è stato disattivato, secondo quanto comunicato dalla Banca popolare della Cina e dalla Beijing financial supervision administration.

Le due autorità finanziarie hanno ingiunto alle aziende di Pechino di non offrire sedi, vetrine, pubblicità e altri servizi a attività commerciali legate alle criptovalute.

La mossa, spiega la nota della Banca centrale cinese, era necessaria “per prevenire e controllare il rischio di speculazioni nelle transazioni in valuta virtuale e per proteggere la sicurezza dei beni pubblici”.

Criptovalute vietate in Cina

Lo scorso maggio la Banca centrale cinese ha vietato a tutte le istituzioni finanziarie di fornire servizi legati alle transazioni in criptovalute, mettendo in guardia gli investitori sulla volatilità delle valute virtuali.

Lee tre associazioni China Internet finance association, China banking association e China payment and clearing association hanno sottolineato in una nta che “di recente i valori delle criptovalute sono schizzati e crollati e il trading speculativo è ripreso, infrangendo la sicurezza delle proprietà delle persone e interrompendo il normale ordine economico e finanziario”. Le istituzioni finanziarie – richiamandosi gli avvisi emessi dalla Banca centrale cinese sui rischi connessi al trading di criptovalute – non devono quindi utilizzare le criptomonete per prodotti e servizi, sottoscrivere attività assicurative relative a valute virtuali e “non devono fornire ai clienti direttamente o indirettamente altri servizi relativi alle valute virtuali”.

Le criptovalute, specificano le tre associazioni, “non sono supportate dal valore reale e il loro prezzo è estremamente facile da manipolare”, e le transazioni “non sono protette dalla legge” cinese.

La Banca popolare stacca la spina al mining

L’annuncio della chiusura del produttore di software pechinese sospettato di fornire servizi per il trading delle monete virtuali arriva poco dopo l’ordine della Banca popolare cinese di chiudere le “miniere” di criptivalute nelle province del sud-est della Cina.

Si tratta di regioni, come Xinjiang, Mongolia interna, Sichuan e Yunnan, particolarmente attive nell’attività di mining, ovvero nel fornire potere computazionale per la creazione di criptomonete e anche energia elettrica.

I dati riportati da Cnbc.com indicano che il mining di Bitcoin avviene per una quota compresa tra il 65% e il 75% in Cina e in particolare nelle quattro province del sud-est, produttrici di energia idroelettrica (Sichuan e Yunnan) o sedi di centrali a carbone (Xinjiang e Mongolia interna). Secondo gli analisti questo sta determinando già uno spostamento dei “miners” di criptovalute verso altre sedi ricche di fonti di energia, come il vicino Kazakhstan o altri Paesi dell’Asia centrale. Altre mete per i minatori di Bitcoin sono l’Europa orientale, il Nord Europa, gli Usa e il Canada.

Fari accesi sul fintech

Il giro di vite cinese è in linea con l’attento scrutinio cui le monete come il Bitcoin sono state sottoposte dai regolatori in diversi Paesi del mondo. Di recente il regolatore britannico dei mercati finanziari Fca ha vietato in Uk le attività di Binance, l’exchange di asset digitali più grande del mondo in termini di volume di scambi. Il bando, ha spiegato l’autorità, è limitato all’offerta di servizi regolati in Gran Bretagna. Ciò non vieta a Binance di “interagire con i consumatori Uk”. La società può quindi offrire agli utenti britannici lo scambio di criptovalute sul suo sito. Quello che non può fare, per esempio, è offrire derivati – l’attività che, stando al parere degli analisti, è la prima nel mirino del regolatore britannico.

Fa eccezione El Salvador, primo Paese che ha reso il Bitcoin completamente legale. Il Parlamento ha accolto la proposta del presidente Nayib Bukele di dare corso alla criptomoneta. Bukele ha sostenuto la valuta digitale come strumento per aiutare i salvadoregni che vivono all’estero a inviare denaro ai familiari a casa. Il dollaro, ovviamente, resterà valido per gli stessi fini.

Il Bitcoin “garantirà inclusione finanzaria, investimenti, turismo, innovazione e sviluppo economico per il Paese”, ha scritto Bukele in un tweet dopo il voto del Parlamento.

Le criptovalute “nuova sfida” per il mercato finanziario

In Italia, il commissario della Consob, Paolo Ciocca, ha definito le criptovalute e gli attori hitech nel mondo degli investimenti come le nuove sfide per il mercato finanziario nell’era digitale. Il pacchetto pacchetto europeo Finanza digitale, il primo tentativo di regolamentazione di questo settore a livello comunitario, cerca di affrontare esattamente questi temi. “Le regole in discussione amplieranno il perimetro della vigilanza per affrontare i rischi posti da nuove tipologie di prodotti e servizi che possono essere percepiti dai risparmiatori come alternativi alle più tradizionali modalità di investimento”, ha affermato Ciocca.

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