L'INTERVISTA

Cisco, uno scudo per le filiere 4.0: “Cybersecurity leva competitiva”

Le aziende colpite dagli hacker perdono reputazione, clienti e ricavi. La protezione delle infrastrutture critiche e delle fabbriche connesse diventa asset strategico del Paese. Il colosso californiano in campo con Filierasicura assieme a Cini e Leonardo. Manghi (Cisco Italia): “Ricerca, concretezza e cultura per difendere l’impresa del futuro”

Pubblicato il 09 Feb 2017

Andrea Frollà

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Dai settori più esposti alle mire del crimine informatico, come quelli che trattano infrastrutture critiche (energia, trasporti, telecomunicazioni e altri), a quelli che hanno con gli hacker un rapporto più soft, destinati comunque a diventare una rarità, ogni attività economica si trova oggi a fronteggiare sfide 2.0 che hanno nella sicurezza informatica un pilastro imprescindibile. Lo scenario digitale è per sua natura ricco di insidie, perché soggetto a processi di continua evoluzione qualitativa e quantitativa. Spaventarsi è lecito, sottovalutare il problema è controproducente.

Basti pensare che, come emerge dal report annuale di Cisco, le aziende che hanno subito un attacco lo scorso anno si stanno leccando profonde ferite: oltre il 20% di quelle colpite ha perso clienti, fatturato e opportunità di business. Gli anticorpi contro un hacking che si fa sempre più sofisticato e spietato esistono. Non piovono dal cielo, ma si costruiscono nel tempo facendo leva su diversi elementi: esperienza, competenza, coscienza del rischio e cultura della protezione.

Oltre il 20% delle aziende colpite dagli hacker ha perso clienti, fatturato e opportunità di business (Annual Cybersecurity Report Cisco)

Quella al cybercrime non è però una lotta che si combatte in solitaria e le imprese lo stanno capendo a proprie spese. La sicurezza IT, contrariamente a quanto erroneamente si può pensare, non è nemmeno un affare da nerd, anzi ci riguarda singolarmente anche solo quando navighiamo su Internet. Trasmettere questo concetto non è certo semplicissimo, ma c’è chi ci sta provando andando oltre il semplice messaggio e con un focus business.

È il caso del progetto italiano Filierasicura che punta a difendere le filiere produttive del Paese e i sistemi industriali più a rischio, scaricando a terra i risultati di un piano triennale di ricerca pubblico-privato. Al timone dell’iniziativa, che coinvolgerà 8 università italiane, c’è un trio di tutto rispetto: il Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del Cini, Cisco e Leonardo. Tre attori pronti a far lavorare fianco a fianco ricerca e industria per gettare le basi di una trasformazione digitale sicura, in grado di garantire qualità e competitività al nostro tessuto produttivo.

Enrico Mercadante, responsabile dei progetti di digital transformation, architetture e innovazione di Cisco Italia

Cisco, già impegnata in Italia con il piano Digitaliani da oltre un anno, ha da tempo scaldato i motori in tema di cybersecurity e vede in questo progetto una sfida obbligata, come spiega a CorCom Enrico Mercadante, responsabile dei progetti di digital transformation, architetture e innovazione di Cisco Italia: “La digitalizzazione ci sta portando alla reingegnerizzazione day by day, toccando dai processi produttivi al rapporto cittadini-PA. C’è poi un processo di digitalizzazione più nascosta ma fondamentale, ossia quella delle infrastrutture critiche del Paese – sottolinea Mercadante -. Distribuzione, energia, trasporti e altri segmenti di business rappresentano filiere complesse che devono essere protette, dalla materia prima al prodotto e in ogni passaggio del processo di digitalizzazione”.

La musa ispiratrice di Filierasicura, ammette senza nascondere gli ostacoli, “è un futuro digitale che farà aumentare i rischi: più è dinamico e aperto l’ambiente, più la cybersecurity diventa prioritaria”. Anche se, aggiunge il manager di Cisco, “va declinata all’interno dei singoli contesti senza perdere un approccio sistemico”. Ecco perché la ricerca di Filierasicura è divisa in diversi working package che condividono lo stesso obiettivo: l’applicazione dei risultati sul campo. “Si parte da come si costruisce un’architettura complessa in maniera sicura, per poi passare a hardware, software e computing distribuito che creino algoritmi e intelligenza da far girare ai bordi della rete”. Sarà un lavoro step by step che coinvolgerà direttamente il tessuto imprenditoriale italiana: “Non aspetteremo la fine del piano per vedere i risultati pratici – afferma Mercadante -. Stiamo già parlando con le aziende perché il loro contributo è essenziale per tradurre concretamente gli sforzi dei ricercatori”.

L’impegno di Cisco non è però espressione di una filantropia digitale di natura squisitamente tecnica, ma ha nella tanto dibattuta questione culturale un altro viatico. Secondo Mercadante è giunto il momento di abbandonare la logica legata al mero costo degli investimenti che, a dirla tutta, nemmeno giustifica l’immobilismo visti i danni che si evitano. “Serve un cambio di approccio perché il problema della sicurezza in fabbrica e nelle filiere è urgente. La questione è ampia e soprattutto culturale. Riguarda le aziende nel loro insieme, non solo gli esperti di sicurezza IT. Si possono avere i sistemi e i processi di cybersecurity più avanzati, ma non basta. I dipendenti devono essere coscienti dei rischi che si corrono aprendo una banale e-mail o inserendo una pennetta Usb per curiosità. Ci vuole la stessa attenzione di quando attraversiamo la strada, guardando prima sia a destra sia a sinistra”.

Gianmatteo Manghi, direttore commerciale Enterprise e PA di Cisco e responsabile dei progetti per la digitalizzazione delle infrastrutture del programma Digitaliani

Sembra ovvio, ma non lo è affatto. E i casi eclatanti del malware che ha tolto la corrente all’Ucraina a inizio 2016, o dell’hacker che ha tenuto in ostaggio per ore i clienti di un hotel dentro le stanze, lo dimostrano. “Noi stiamo facendo un grande sforzo con le istituzioni formative, tramite le nostre Cisco networking academy e le iniziative nelle scuole superiori e nelle università – ricorda Gianmatteo Manghi, direttore commerciale Enterprise e PA di Cisco e responsabile dei progetti per la digitalizzazione delle infrastrutture del programma Digitaliani -. Propagare la cultura digitale, in particolare quella legata alla cybersecurity, è l’arma migliore per favorire la digitalizzazione delle attività economiche”.

Per un paese come l’Italia, animato da un esercito di Pmi e poche grandi aziende, il tema delle filiere 2.0 è senza dubbio strategico. Sia per quelle in cui comanda la grossa azienda, che centralizzando l’infrastruttura tecnologica potrebbe garantire benefici di efficienza operativa a cascata sui partner. Sia per quelle più omogenee dal punto di vista dimensionale, che dall’utilizzo di sistemi sicuri hanno da guadagnarne in termini di competitività. Per quel che riguarda nello specifico i settori più a rischio e le infrastrutture critiche non partiamo nemmeno troppo indietro, anzi. “Nel campo dell’energia elettrica ci sono già progressi molto importanti. L’Italia ha le migliori performance al pari della Germania e ha già spinto su telecontrollo e automazione – mette in luce Manghi -. Gli investimenti continuano a prosperare perché le aziende sanno quanto sia importante minimizzare il numero e la durata delle interruzioni. Un passaggio necessario è quello dalla logica delle manutenzione programmata o reattiva a quella della manutenzione predittiva”.

L’idea di Cisco, tradotta dal piano Filierasicura, è far viaggiare insieme ricerca e concretezza per aumentare di conseguenza la sensibilità delle imprese e dar loro vantaggi competitivi. “C’è una aspetto di efficienza, di riduzione dei costi ma anche di competitività e gradimento dei clienti: chi ha subito attacchi ha ricevuto critiche pubbliche sui media e sui social, perdendo appeal commerciale e mettendo a rischio abbandono anche la clientela più fedele”. Insomma, chi è sicuro aumenta i ricavi e attrare nuovi clienti perché migliora complessivamente la qualità del servizio. Farlo creando reti aperte e collaborative di cybersecurity nei settori e fra i settori è fondamentale. Perché, se ancora non fosse del tutto chiaro, connettere le fabbriche e digitalizzare le filiere non è un possibilità, ma un passo obbligato per un paese che voglia davvero entrare nell’era dell’industria 4.0.

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