EUROSTAT

Crescono gli Ict specialist in Europa, ma le aziende ne vogliono di più

Rapporto Eurostat: in 5 anni gli occupati nel settore passano dal 3% al 4% del totale, raggiungendo gli 8,2 milioni. Il nostro Paese al 22° posto della classifica. Grandi difficoltà per le imprese nel trovare personale qualificato

Pubblicato il 18 Lug 2017

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Il 4% – pari a 8,2 milioni – degli occupati nella Ue sono specialisti Ict. Lo rilevano gli ultimi dati Eurostat secondo cui negli ultimi anni il numero è aumentato costantemente, segno che l’economia si sta progressivamente digitalizzando. In Italia la quota di specialisti rispetto al totale degli occupati è del 2,6%: il nostro Paese si trova al 22° posto nella lista dei paesi a maggiore presenza di questi tecnici. La classifica è guidata da Finlandia, Svezia ed Estonia. La Francia si trova in undicesima posizione, Germania in dodicesima e Spagna in diciottesima.

La professione è per lo più maschile: sono uomini 8 specialisti su dieci. Sei su dieci sono laureati o sono in possesso di formazione superiore oltre la laurea. Secondo il rapport Eurostat pubblicato oggi, il 41% delle imprese che assumono o cercano di assumere specialisti in Ict hanno difficoltà ad occupare i posti vacanti.

Tre Stati Ue contano per metà di tutti gli specialisti occupati nel mercato del lavoro europeo: Regno Unito 1,6 milioni, Germania 1,5 milioni, Francia 1 milione. In Finlandia la quota di specialisti rispetto al totale degli occupari del 6,6%, in Svezia del 6,3%, in Estonia del 5,3%, nel Regno Unito del 5,1%, in Olanda del 5%.

All’opposto della graduatoria troviamo Grecia all’1,4% (quota più bassa in assoluto nella Ue), preceduta da Romania al 2%, Cipro e Lettonia al 2,2%. Rispetto al 2011 il numero assoluto e la quota rispetto al totale degli occupati sono aumentati in quasi tutti gli Stati in particolare in Estonia, Francia, Germania, Portogallo, Finlandia, Bulgaria, Croazia e Ungheria.

In Italia la quota è passata dal 2,3% al 2,6%: in termini assoluti da 523.000 occupati 584.800. A livello Ue il numero degli specialisti è aumentato di 1,8 milioni, la quota è passata dal 3 al 3,7%. Le donne sono sottorappresentate in tutti gli Stati in contrasto stridenti con ciò che avviene per il totale dell’occupazione (i generi sono sostanzialmente bilanciati). La quota di uomini più alta si trova in Slovacchia, Repubblica Ceca, Malta, Grecia, Ungheria e Croazia (sopra l’80%).

Per quanto riguarda la percezione delle imprese, Eurostat indica che il 41% delle società lamentano molte difficoltà. Percentuali più elevate in Repubblica Ceca (66%), Slovenia (63%), Lussemburgo e Austria (61%), Belgio (59%), Estonia (58%) e Olanda (57%). Percentuali più basse in Spagna (17%), Grecia (28%), Polonia e Italia (31%), Portogallo (32%).

La necessità di sostenere lo sviluppo di competenze è al centro dell’azione della Commissione Europea che nei mesi scorsi ha lanciato la “piattaforma delle piattaforme” per il coordinamento delle iniziative nazionali.

Obiettivo della piattaforma è costruire una massa critica di iniziative e investimenti per la digitalizzazione dell’industria e assicurare l’impegno degli stati membri, delle Regioni e del settore privato per il raggiungimento degli obiettivi del programma Digitising European Industry. Concretamente si tratterà di una piattaforma dove saranno condivise le rispettive esperienze, dove si collaborerà per investimenti congiunti, si esamineranno problematiche regolamentari e scambieranno informazioni e strumenti per l’adeguamento delle competenze della forza lavoro. Bruxelles ha già avviato un piano da 5 miliardi per i Digital Innovation Hub e il rafforzamento delle leadership nelle tecnologie e nelle piattaforme industriali.

I 13 Paesi in cui sono già attivi dei programmi sono Austria (Industrie 4.0 Oesterreich); Belgio (Made different – Factories of the future); Repubblica Ceca (Průmysl 4.0); Germania (Industrie 4.0); Danimarca (Manufacturing Academy of Denmark – MADE); Spagna (Industria Conectada 4.0); Francia (Alliance pour l’Industrie du Futur); Ungheria (IPAR4.0 National Technology Initiative); Italia (Industria 4.0); Olanda (Smart Industry); Portogallo (Indústria 4.0); Svezia (Smart Industry); Lussemburgo (Digital for Industry Luxembourg). I nove in cui i lavori sono in dirittura di arrivo sono Bulgaria, Croazia, Finlandia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Regno Unito.

E anche l’Italia scalda i motori. Come annunciato dal ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, a settembre sarà varato un piano contro la disoccupazione tecnologica e per la creazione di competenze ad alto valore tecnologico. Salvaguardare l’occupazione nelle produzioni a più alta automazione “è la grande questione dei nostri tempi”, ha precisato Calenda. “Sappiamo che la tecnologia da sola non costruisce innovazione sostenibile. Con Poletti e Fedeli stiamo lavorando per presentare un piano alla cabina di regia di settembre e inserire le prime norme in legge di bilancio”, ha spiegato il ministro. “Globalizzazione e innovazione tecnologica ridisegnano da secoli la mappa del lavoro, normalmente il risultato finale è positivo, ma durante il percorso si possono creare fratture profonde tra vincitori e vinti. Il problema è che negli ultimi cinquant’anni questi processi hanno anche preso una velocità incredibile, rendendoli difficili da comprendere figuriamoci da governare. Anche per questo il secondo capitolo di industria 4.0, dopo quello su investimenti e competenze, sarà interamente dedicato al lavoro 4.0”.

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