RAPPORTO

Industria 4.0, Ocse: “Italia sulla strada giusta, ora focus sulle digital skill”

Report Getting Skills Right: le riforme volute dal governo stanno iniziando a dare frutti, ma servono riforme per spingere il mercato del lavoro alla luce della digital transformation. Riflettori sulle risorse per la formazione continua: “Una considerevole parte dei fondi interprofessionali spesso indirizzati su competenze in aree non collegate alle sfide che sono solo marginalmente collegate alle sfide tecnologiche”

Pubblicato il 15 Dic 2017

skill

Il Governo italiano è sulla giusta strada verso la digital transformation. La promozione arriva dall’Ocse che approva gli interventi dell’Italia legati al piano Industria 4.0. Ma rimangono ancora molte “le sfide aperte” sul fronte delle competenze di lavoratori e manager, si legge nel rapporto “Getting Skills Right”: “I nuovi interventi del governo – si legge nel rapporto – sono un passo nella giusta direzione poiché stimolano l’adozione di nuove tecnologie e rafforzano la domanda di competenze digitali. Ma affinche’ le misure del 4.0 siano realmente efficaci, la qualità e la tipologia delle competenze sviluppate dai lavoratori italiani, così come quelle dalla classe manageriale italiana, dovranno sottostare a una sostanziale trasformazione”.

In particolare secondo l’Ocse le  recenti riforme del sistema educativo italiano (la Buona Scuola “), del mercato del lavoro (Jobs Act) e della politica industriale (Industria 4.0) hanno chiare sinergie e potrebbero ridurre squilibri preoccupanti tra la domanda e l’offerta di competenze nel mercato del lavoro italiano, secondo il rapporto.

“L’ Italia ha fatto molto negli ultimi anni e le riforme stanno iniziando a dare i loro frutti – ha detto Stefano Scarpetta direttore dell’occupazione, del lavoro e degli affari sociali presso l’Ocse – Ma vi sono ancora una serie di questioni che, se risolte, potrebbero portare all’attuazione effettiva di importanti riforme come un programma per alternare scuola e lavoro, Industria 4.0 e politiche attive del mercato del lavoro”.

I risultati dei nuovi indicatori Ocse per l’occupazione forniscono un’istantanea dettagliata delle competenze più richieste sul mercato del lavoro italiano e le differenze tra le varie regioni. I dati mostrano una forte domanda di competenze relative alla conoscenza di nuove tecnologie come l’informatica e l’elettronica, la programmazione di software e l’uso di tecnologie digitali. Secondo Scarpetta l’Italia “ha ancora del lavoro da fare per sviluppare le competenze informatiche necessarie per affrontare le sfide del mercato del lavoro, ora e in futuro. I nostri dati mostrano chiaramente una forte domanda di competenze digitali in tutto il paese che, se non soddisfatte, potrebbero avere conseguenze negative per la crescita e la competitività dell’Italia. Professionisti con una buona conoscenza dell’IT, nuove tecnologie digitali e tecnologie mediche e ingegneristiche sono molto apprezzati nel mercato del lavoro italiano, con impiegabilità e salari ben al di sopra della media”.

Anche così, la domanda per queste abilità – e le abilità di alto livello in generale – rimane troppo debole ed è limitata ai bisogni delle grandi aziende italiane. Il resto dell’economia italiana è concentrato in settori tradizionali, a bassa produttività, dove c’è poca richiesta di competenze di alto livello, con circa l’85% delle imprese italiane che sono piccole e prevalentemente a conduzione familiare.

L’Italia è quindi in uno stato di equilibrio, con l’offerta e la domanda di competenze tendenti al livellamento verso il basso, in un circolo vizioso che ha ripercussioni negative sulla produttività, la crescita e l’uso delle nuove tecnologie.

Il rapporto mostra anche che molti italiani sono specializzati in aree con poche opportunità di lavoro, nonostante la domanda di competenze tecniche, ingegneristiche, tecnologiche e matematiche, che a sua volta rimane troppo debole. Circa il 35% dei lavoratori italiani è in posti di lavoro non collegati alla propria formazione e il 21% lavora in posti per i quali è sovraqualificato. Inoltre, il rapporto mostra che questa situazione è associata a una perdita media salariale di circa il 17% rispetto a coloro che si specializzano in un’area con chiare opportunità di lavoro le cui competenze sono richieste dalle imprese.

Cinque i punti chiave dello scenario italiano:

L’Italia ha bisogno di legami più forti tra il sistema educativo e il mondo del lavoro a tutti i livelli. La creazione di college tecnici superiori (“ITS”), basati su solidi legami con l’economia locale, è una gradita innovazione nella formazione professionale italiana e finora ha generato risultati brillanti, contribuendo a sviluppare competenze rapidamente assorbite nel mercato del lavoro italiano . I nuovi diplomi professionali hanno anche il potenziale per colmare il deficit di competenze tecniche in Italia, ma per farlo devono creare forti legami tra università e imprese fin dall’inizio, con l’obiettivo di sviluppare competenze professionali e tecniche di alto livello, piuttosto che principalmente teoriche abilità come è avvenuto in passato.

Il programma per alternare scuola e lavoro è un passo nella giusta direzione, ma rimangono molte sfide. Da un lato, le imprese devono assumere un ruolo maggiore nella progettazione del contenuto dell’apprendimento basato sul lavoro e, d’altro canto, i manager educativi necessitano di risorse finanziarie e didattiche adeguate per stringere legami con le imprese in tutta Italia, anche nelle aree più povere dove c’è meno possibilità di entrare in affari.

L’Italia deve rafforzare le pratiche di lavoro ad alte prestazioni (HPWP) come il mentoring, la rotazione del lavoro o responsabilità flessibili. Queste pratiche sono già abbastanza diffuse in altri paesi, ma sono ancora troppo rare in Italia. Il livello di abilità dei manager italiani – specialmente nelle piccole imprese – non è sempre adeguato e deve essere migliorato attraverso programmi di formazione mirati. Ciò consentirebbe alle piccole imprese di cogliere l’importanza delle nuove tecnologie e di trarre vantaggio dal loro potenziale produttivo.

Le opportunità per i lavoratori di aggiornare e aggiornare le loro competenze devono essere migliorate attraverso l’uso più giudizioso dei fondi per la formazione continua, collegando il loro uso alle reali esigenze e alle sfide del mercato del lavoro italiano. Infatti, ci sono ancora molti lavoratori italiani con scarse competenze informatiche, scarsa conoscenza delle lingue straniere e carenza di una vasta gamma di competenze tecniche di base. Spesso, tuttavia, una parte considerevole dei fondi per la formazione continua sono stati indirizzati verso lo sviluppo di competenze in aree che sono semplicemente incidentali alle sfide poste dal rapido cambiamento tecnologico, dalla globalizzazione e dall’automazione.

Le politiche attive del mercato del lavoro sono una sfida cruciale per l’Italia. Alla luce delle attuali disposizioni istituzionali, l’Italia deve adottare meccanismi per rafforzare la cooperazione tra lo Stato centrale e le regioni, identificando parametri chiari, condivisi e obiettivi per garantire che i disoccupati ricevano la stessa qualità di servizi in tutto il paese.

L’Ocse nota come “l’espansione nell’utilizzo di nuovi strumenti interconnessi e dispositivi digitali così come la raccolta, disponibilita’ e utilizzo di dati nei processi industriali e produttivi sta ponendo importanti sfide ai lavoratori di tutti i Paesi Ocse. Le sfide della digitalizzazione sono ancora piu’ importanti in un contesto, come quello italiano, fatto di piccole e medie imprese a basso contenuto tecnologico ed esposte alla competizione internazionale”.

“Parte della soluzione – suggerisce il rapporto – risiede in un utilizzo più oculato dei fondi per la formazione continua. Tale utilizzo deve essere legato alle reali domande e sfide del mercato del lavoro italiano. Sebbene, infatti, siano ancora tanti i lavoratori italiani con scarse competenze informatiche, ridotta conoscenza delle lingue straniere e deficit in una vasta gamma di competenze tecniche e trasversali, una considerevole parte dei fondi interprofessionali (a disposizione per la formazione continua) sono stati spesso indirizzati verso lo sviluppo di competenze in aree che sono solo marginalmente collegate alle sfide dettate dal rapido cambiamento tecnologico, la globalizzazione o l’automazione. In questo contesto, “imparare ad apprendere” sarà una delle caratteristiche cruciali per affrontare le sfide del futuro del lavoro e con essa crescerà l’importanza della formazione continua come strumento fondamentale per far fronte alle sfide dei nuovi mercati del lavoro”.

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