LO STUDIO

Industria 4.0, Pmi al ralenti. E non è (solo) questione di investimenti

Secondo una ricerca Ispos per Intesa Sanpaolo la quasi totalità delle imprese italiane ha utilizzato risorse per acquistare software e sistemi di sicurezza mentre una su quattro ha già implementato programmi specifici. Ma non è sufficiente a spingere la svolta digital: cruciale eliminare le resistenze al cambiamento

Pubblicato il 17 Gen 2019

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Industria 4.0 cruciale per le Pmi italiane. A dirlo uno studio realizzato da Ipsos per Intesa Sanpaolo secondo cui men il 96% delle imprese ha effettuato nel 2018 almeno un investimento tra software, macchinari, sicurezza, risparmio energetico, comunicazione, mentre nel 2016 lo aveva effettuato il 79%.

Dall’indagine emerge che la rivoluzione digitale, l’efficientamento dei processi e l’innovazione sono identificati come prioritari: 1 azienda su 4 sta già implementando programmi specifici. L’ostacolo principale all’implementazione, ancora prima della mancanza di competenze tecniche, è una certa resistenza al cambiamento e, in generale, la staticità della cultura aziendale. “A distanza di due anni ancora un terzo delle imprese rimane escluso dalla rivoluzione digiatle”, spiega il numero uno di Ipsos, Nando Pagnoncelli.

Numeri supportati anche da quelli dell’analisi condotta dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo: le Pmi rappresentano un fattore chiave della competitività italiana, contribuendo al grado di diversificazione di prodotto più alto al mondo. Grazie al fitto tessuto di relazioni sui territori e nelle filiere, il modello italiano è stato in grado in questi anni di reggere l’impatto della forte pressione concorrenziale dei paesi emergenti, con l’avanzo commerciale manifatturiero in forte crescita: da 31,5 miliardi di euro nel 2010 ai 98 previsti per il 2020. Questi valori ci collocano saldamente al quinto posto al mondo nella graduatoria dei maggiori esportatori.

Negli ultimi anni è emerso un nucleo di soggetti vincenti che ha puntato su un insieme di strategie evolute in termini di internazionalizzazione e innovazione, valorizzando la competenza ed i talenti del proprio capitale umano. “In un contesto come quello attuale, in cui iniziano ad affiorare timori di brusco rallentamento dell’economia, occorre rafforzare ulteriormente i fattori alla base di questi successi, anche con una crescita dimensionale – si legge nel report della banca – Saranno cruciali investimenti materiali e immateriali, creazione di start-up, formazione, rinnovo generazionale. Le imprese gestite da giovani hanno infatti registrato migliori risultati di crescita e redditività, sia per quanto riguarda le imprese di nuova creazione che quelle mature”.

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