Carlo Calenda torna a denunciare il ritardo di uno dei punti qualificanti nel piano nazionale su industria 4.0, la creazione cioè dei competence center. Il ministro per lo Sviluppo economico, che già aveva messo questo aspetto nella colonna delle cose da migliorare insieme allo scarso intervento dei venture capital nel nostro Paese, è tornato a parlarne oggi a Roma durante la presentazione del rapporto “Scenari industriali” di Confindustria.
“Il Piano Industria 4.0 – sottolinea Calenda – ha avuto elementi che non hanno funzionato. Penso ai ‘competence center’ sui quali siamo tragicamente in ritardo”, afferma spiegando che il ritardo è dovuto a un problema di “navetta” tre le istituzioni.
Quello del ritardo dei competence center è un intoppo importante nel roll ut del piano che il Governo ha finanziato per il secondo anno di fila, mirando questa volta in modo particolare alla formazione e al lavoro, con la nuova definizione di Impresa 4.0, I bandi per i competence center, attesi per la fine di novembre, dovranno contare a questo punto sui 30 milioni di finanziamenti stanziati nella scorsa manovra e non utilizzati.
In occasione della “fase 2“ del piano la ministra per l’Istruzione, l’università e la ricerca Valeria Fedeli aveva evidenziato la necessità di “riallineare complessivamente, tutti insieme, le competenze e la formazione, mantenendo un rapporto più diretto con le innovazioni che vengono dal sistema delle imprese. Oggi viviamo una contraddizione, rischiamo di formare studentesse e studenti che se non avranno alcune competenze particolarmente innovative alla fine del loro percorso di studi potrebbero non avere un rapporto con il sistema dell’economia reale. Dobbiamo essere capaci di leggere anche l’imprevisto, per anticipare alcuni processi e governarli, senza subirli. Il punto che ci unisce è che stiamo costruendo concretamente, non solo come visione, una società e un’economia della conoscenza”.
E anche il Parlamento ha evidenziato l’urgenza di investire nelle skills. Le conclusoni dell’indagine conoscitiva svolta dalla commissione Lavoro del Senato su “L’impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale“ focalizza l’attenzione proprio sul tema. “Unanime è la consapevolezza delle opportunità e dei pericoli impliciti nelle nuove tecnologie e la convinzione che la prevalenza delle prime dipenderà dalla azione dei decisori istituzionali e dalla capacità contrattuale delle organizzazioni sociali – ha spiegato a CorCom, il presidente Maurizio Sacconi – ‘Meno legge, più contratto’ si dice nel documento in ragione della velocità del cambiamento. Lo stesso fondamentale diritto all’apprendimento non può che avere caratteri promozionali ovvero rendersi effettivo nelle concrete circostanze di azienda, di filiera o di territorio, anche sulla base dello stimolo di rinnovati fondi interprofessionali per la formazione. Tocca alla legge garantire diritti fondamentali come l’equo compenso del lavoro, tanto dipendente quanto indipendente, o il diritto alla disconnessione. Istituzioni e parti sociali hanno il dovere di offrire opportunità affinché ciascuna persona si faccia “solida nella dimensione liquida” del nuovo mercato del lavoro”.