“Industria 4.0, la riforma delle riforme”

La forza del governo si misurerà soprattutto nella capacità di avviare politiche industriali in linea con i modelli “disruptive” e rispettosi del tessuto produttivo italiano. L’analisi di Guelfo Tagliavini (Federmanager)

Pubblicato il 16 Mag 2016

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Nell’attesa che arrivi Diego Piacentini, il guru dell’innovazione e dell’e-commerce che il premier Renzi ha nominato come commissario al digitale per dare una spinta all’attuazione del programma di “ Industry 4.0”, Carlo Calenda, neo ministro dello Sviluppo Economico richiamato da Bruxelles per tamponare le falle apertesi nella gestione dell’ex Ministro Guidi, si accinge a promuovere iniziative atte a sostenere e sviluppare politiche industriali in linea con i modelli “ disruptive” varati già da alcuni anni dalle più avanzate economie statunitense e tedesca.

Tutto quindi ci fa sperare che, stante il pressante e qualificato impegno governativo, anche la nostra economia ormai da troppi anni “al palo” e posizionata agli ultimi posti della graduatoria dei paesi europei per diffusione di tecnologie e processi digitali, possa trarre, da questa spinta, il giusto abbrivio.

Federmanager da anni impegnata nell’analisi delle situazioni di crisi che coinvolgono le aziende del nostro Paese e determinano gravi ricadute sul piano dei livelli occupazionali anche di livello manageriale, ha cercato di dare un contributo, presentando al Governo attraverso la propria commissione “Politiche Industriali”, una serie di indicazioni partendo dalla situazione del nostro sistema produttivo caratterizzato dalla presenza dell’esteso fenomeno delle Pmi.

Abbiamo presentato un modello applicabile sia alle poche e strutturate aziende nelle quali la strategia di innovazione dei processi produttivi rappresenta una ineluttabile attività funzionale al mantenimento ed ampliamento delle proprie quote di mercato che alle numerosissime ( 85% dell’intero sistema produttivo) Pmi che necessitano di un sostegno economico ed organizzativo per poter rimanere ai vertici di quel fenomeno chiamato “made in Italy” che da solo non potrà ancora a lungo contribuire a sostenere la tenuta e lo sviluppo della nostra economia.

Piccolo infatti non è più bello come negli anni novanta. La competizione globale sta mettendo in forte crisi il nanismo del nostro sistema industriale e risulta ormai improcrastinabile una forte iniziativa governativa che sia in grado di promuovere forme di aggregazione e condizioni di sostegno che consentano alle nostre aziende di competere nei confronti delle economie dei paesi emergenti.

Abbiamo,con forza, affermato che i processi di reindustrializzazione legati ai nuovi modelli produttivi basati sull’introduzione di tecnologie abilitanti e competenze professionali devono tener conto delle caratteristiche territoriali del nostro Paese.

Siamo convinti che le nostre aziende, opportunamente guidate, valorizzate e sostenute, possano rappresentare un significativo esempio di capacità innovativa in grado di rimettere in moto il mercato interno ed internazionale.

Vantiamo realtà che si pongono ai vertici, in quanto capacità di innovare, nei settori strategici della sanità, dei trasporti, dell’Ict, dell’energia per non ripetere i soliti ma validissimi mercati rappresentati dal turismo, dal food, dal fashion, e dalla Ferrari.

Ci aspettiamo che, senza indugi, venga attuata una chiara e tempestiva politica industriale che vada nella direzione di sostenere il nostro sistema produttivo attraverso iniziative di incentivazione per chi investe in innovazione tecnologica, formazione e assunzione di risorse qualificate.

Questa, a nostro avviso, rappresenta la Riforma delle Riforme ma, come al gioco del “Baccarat”………“Non c’è tempo”.

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