L'INTERVISTA

Tassa sui robot, Carnevale Maffè: “Proposta Gates, idiozia economica”

L’economista della Bocconi: “Siamo alla superstizione che prevale sulla ricerca. Serve piuttosto detassare il lavoro e investire i proventi della maggiore produttività dovuta alle tecnologie sull’employability e sul welfare”

Pubblicato il 21 Feb 2017

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“Tassare l’uso dei robot è un’idiozia economica. Storicamente sappiamo che la tassazione dei fattori produttivi che generano efficienza è un errore gravissimo, perché impoverisce tutta la società, compresi quelli che potrebbero beneficiare dei trasferimenti fiscali generati dalla maggiore produttività. E trovo stupefacente che ad avanzare questa proposta sia stato chi nella sua storia ha venduto robot, come Bill Gates, dal momento che excel o i personal computer sono robot che hanno sostituito colletti bianchi”. Così Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e docente all’Università Bocconi, esprime a CorCom tutte le sue perplessità sulla proposta avanzata dal fondatore di Microsoft durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco.

Carnevale Maffè, perché secondo lei Bill Gates ha sbagliato strada?

Perché pensare di tassare la produttività e l’efficienza è perfetto autolesionismo sociale. L’introduzione delle tecnologie, dai telai meccanici ai robot, inclusi i computer e i software che lo stesso Bill Gates ha venduto, sono stati nel corso degli ultimi tremila anni una normale evoluzione degli strumenti della tecnica, dalla freccia di selce alla scoperta della ruota.

Qual’è la ricetta migliore per venire a capo di questa fase di cambiamento?

Il problema che pone Bill Gates va affrontato da un altro punto di vista, analizzando il percorso storico che ha caratterizzato tutta l’evoluzione sociale. Che lavoro fanno oggi le tessitrici che prima lavoravano ai telai manuali, o i pony express che prima andavano a cavallo? La sostituzione tecnologica è una sostituzione strutturale e permanente, e va affrontata sotto due punti di vista: il primo è quello della employability, cioè del garantire che ci sia la possibilità di imparare nuovi lavori. Il secondo, quando il primo non sia possibile, è pensare a un’ipotesi di welfare, cioè di tutela.

Come si finanzerebbero questi due percorsi?

Proprio a questo serve la produttività più alta abilitata dalle macchine: insieme all’efficienza consente di pagare il welfare e l’educazione. Quindi non si tassano le macchine, semmai si detassano, come correttamente ha fatto il ministro Calenda con il piano Industria 4.0, anticipando un percorso condivisibile.

Siccome le macchine aumentano la produttività di un sistema – e per macchine intendiamo i robot come i software – questo comporta un aumento del Pil, e il Prodotto interno lordo più alto aumenta la capacità di un sistema di garantire assistenza, welfare ed employability. Il robot non è il problema, ma l’opportunità. La tassa semmai andrà tolta dal lavoro: l’eccesso di tasse sul lavoro è un problema gravissimo che abbiamo in Italia, accanto uno scarsissimo livello di tasse ad esempio sulla successione o su capitale di rendita. Come dice da anni l’Unione europea, dobbiamo invertire i rapporti fiscali: detassare il lavoro e gli impieghi produttivi, e tassare rendite, consumi ed eventualmente anche successioni.

Il tema è entrato nel dibattito politico, sia nelle presidenziali in Francia sia all’Europarlamento. Sarà possibile secondo lei normare questo settore prima senza intervenire quando sarà già troppo tardi?

La stupidità è inarrestabile purtroppo. C’è chi propone di uscire dall’euro, mi aspetto che prima o poi qualcuno proponga di uscire anche dal sistema solare. Questa proposta sta conquistando spazi perché di fronte a un problema complesso le persone amano le soluzioni semplici. E’ una difesa comprensibile ma errata. La peste bubbonica si sconfigge con la caccia all’untore o con la ricerca scientifica e trovando i vaccini? Non si può cedere alla superstizione economica: il percorso della ricerca in campo economico-organizzativo ha spiegato che lo spiazzamento tecnologico, perché di questo stiamo parlando, certamente è un problema asimmetrico, perché il singolo lavoratore ne rimane spiazzato, ma è un grande miglioramento sociale, perché la collettività ne risulta beneficiata. Quello che stiamo vivendo è un altro capitolo della lotta tra superstizione e ricerca.

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