Prove di sindacato all’interno di Apple. La maggioranza dei dipendenti della filiale di Towson, nel Maryland, ha approvato la formazione di una organizzazione interna che rappresenti i lavoratori, la prima per il gigante tecnologico, che finora ha cercato di scoraggiare i tentativi di formare sindacati. Dei 110 dipendenti della filiale, 65 hanno votato a favore e 33 contro, secondo un conteggio in diretta trasmesso sabato dall’agenzia federale che sovrintende al voto.
Il voto è stato promosso dal gruppo di dipendenti chiamato AppleCore (Coalition of Apple retail employees), che chiede di decidere su stipendi, orari e misure di sicurezza. L’affermazione segue quella di aprile della sede di New York di Amazon, altro gruppo che ha cercato, invano, di contrastare gli sforzi dei lavoratori per organizzarsi. Il direttore della distribuzione e delle risorse umane di Apple, Deirdre O’Brien, aveva visitato il negozio a maggio per rivolgersi ai dipendenti. “E’ un vostro diritto aderire a un sindacato, ma e’ anche un vostro diritto non aderire”, aveva detto rivolgendosi ai lavoratori”. Il gruppo californiano, contattato dall’Afp, si è rifiutato di commentare la notizia.
“Ottenere accesso ai diritti che non abbiamo”
La nuova Apple Core union, dal canto suo, aveva scritto una lettera aperta in maggio al ceo Tim Cook spiegando che il suo obiettivo era di “ottenere accesso ai diritti che ora non abbiamo”, senza tuttavia “andare contro o creare conflitti con il nostro management”. “Una vittoria storica, che mostra una crescente domanda di unions nei negozi Apple e in differenti industrie della nostra nazione”, ha commentato Robert Martinez, presidente della International association of machinists and aerospace workers, il sindacato che sosteneva l’iniziativa e al quale aderirà la nuova ‘union’ di lavoratori Apple. La speranza è quella di aver aperto la strada agli altri oltre 270 negozi in Usa.
Due store, a New York e ad Atlanta, si sono già mossi nella stessa direzione ma nella capitale della Georgia l’iter è stato posticipato dopo le accuse alla società di attività antisindacali. Attività che accomunano più o meno tutte le grandi aziende, che cercano di intimidire o scoraggiare i dipendenti dal creare sindacati, anche minacciando la perdita di benefit. Come ha fatto il ceo di Starbucks Howard Schultz, che ha ventilato di concedere i prossimi vantaggi solo ai lavoratori non iscritti ai sindacati, dopo che in dicembre è nata la prima union in un locale di New York contagiando il resto della catena. In aprile invece è toccato ad un magazzino di Amazon, sempre nella stessa città. Ma il movimento sindacale ha espugnato anche altri campi, come la rete di negozi di prodotti indoor Rei, il produttore di videogiochi Raven Software, le riviste Condé Nast ‘New Yorker’ e ‘Wired’.
L’appoggio del Presidente, le accuse di Musk
Una battaglia sostenuta apertamente non solo dal senatore socialista Bernie Sanders ma anche da Biden, che non a caso in maggio ha ricevuto alla Casa Bianca il coraggioso fondatore del primo sindacato Amazon e altri suoi colleghi di colossi americani. “Questo Paese è stato costruito non da Wall Street ma dai sindacati, che hanno creato la classe media”, ha spiegato il presidente, denunciando l’ulteriore arricchimento dei ‘paperoni’ durante la pandemia “mentre gli americani erano in fila per il cibo”. “Un’amministrazione controllata dai sindacati”, ha accusato Elon Musk, uno dei ‘paperoni’ che osteggia le unions nella sua Tesla. Anche se molto meno diffusi che in Europa, i sindacati stanno tuttavia tornando in auge, svelando un’America meno individualista e piu’ desiderosa di un lavoro non a tutti i costi ma dignitoso.
Il fenomeno della progressiva sindacalizzazione, in controtendenza dopo una lunga crisi di iscritti e di rappresentanza, è maturato negli anni della pandemia, quando le aumentate insicurezze e disuguaglianze socio-economiche hanno acuito tra i lavoratori la necessità di unirsi per contrattare salari, benefit, organizzazione dei turni, congedi parentali, misure di sicurezza anti Covid.