L'INTERVISTA

Di Raimondo: “Smart working bussola per un nuovo modello di lavoro”

Il Direttore di Asstel: “Il lavoro agile disegna una nuova geografia che promuove scelte orientate alla sostenibilità”. Ma avverte: “Per guidare la trasformazione servono competenze e risorse Ue”

Pubblicato il 16 Ott 2020

TELCO PER L'ITALIA

Le politiche attive leva di ripresa economica. Per questo motivo le risorse europee del Recovery Fund devono essere spese – bene – anche in programmi di formazione digitale. Ne è convinta Laura Di Raimondo, direttore Asstel, l’associazione che raccoglie la filiera delle Tlc.

L’Italia è in attesa dell’arrivo delle risorse europee del Next Generation Eu. Ora il tema è come e dove spenderle. Lei che idea si è fatta?

La pandemia da Covid-19 e il lockdown hanno impresso una forte accelerazione alla digitalizzazione del Paese: ora è necessario mettere a valore tutto quello che l’emergenza ha prodotto di nuovo. In questo senso serve investire sulle competenze digitali, seguendo due direttrici: quella dell’istruzione e dei nuovi modelli educativi per i giovani e quella della formazione continua per i lavoratori delle nostre aziende. Nel primo caso dobbiamo giocare d’anticipo: identificare i nuovi mestieri e il set di competenze (tech e soft skill) partendo dai fabbisogni delle imprese. E su quelli immaginare modelli educativi adeguati che coinvolgano università e scuola.

 Per quanto riguarda la formazione continua invece?

Le imprese devono ingaggiare i lavoratori, puntando al reskilling e all’upskillig per metterli nelle condizioni di competere in un mercato del lavoro in forte evoluzione. Bisogna individuare un percorso verso la definizione di una sorta di “passaporto delle competenze certificabili” che possa accompagnare la persona in tutta la sua vita lavorativa.

 A che punto sono le aziende associate ad Asstel?

Secondo i dati degli Osservatori del Politecnico di Milano il 43% delle aziende associate ad Asstel ha già definito una strategia di sviluppo del capitale umano, in termini di evoluzione delle competenze, professionalità e stili di leadership necessari per ciascuna linea di business, mentre il 46% lo ritiene un tema di interesse da affrontare nel corso del 2020. Nonostante le sfide economiche affrontate in questi anni, La Filiera Tlc ha messo al centro in maniera strutturale e di lungo periodo la formazione e la riqualificazione delle persone. In particolare, il 57% delle imprese associate Asstel ha investito in competenze e capitale umano e il 54% in programmi di reskilling e upskilling.

 In questo scenario di trasformazione che ruolo giocano i fondi europei?

Next Generation Eu e il fondo Sure sono gli strumenti chiave sui quali incardinare un grande programma nazionale di competenze e di politiche attive. Ma per evitare di ripetere gli errori del passato – l’Italia ha speso poco e male le risorse a disposizione – bisogna rilanciare partnership pubblico-privato, all’interno delle quali le imprese definiscano i fabbisogni e il pubblico disegni il quadro normativo e progettuale. È una chance imperdibile per il Paese, quasi un’ultima chiamata direi, non solo per agganciare il treno della ripresa ma anche per accelerare sul percorso di digitalizzazione e innovazione che incideranno positivamente sulla competitività e sulla produttività del Paese stesso.

 Oltre alla necessità di investire sulle competenze, l’emergenza sanitaria ha acceso i riflettori anche sull’utilità dello smart working come leva di innovazione aziendale nonché di produttività. Ora il dibattito si è aperto sul diritto alla disconnessione e sulla necessità di regolare il lavoro agile per garantire maggiore tutela ai lavoratori. A suo avviso, è necessario un nuovo intervento legislativo?

Il punto di partenza deve restare la legge 81 del 2017. Quelle norme sono realmente “smart” perché definiscono un quadro di principi generali entro il quale la contrattazione può intervenire per rispondere ai bisogni organizzativi della singola impresa e alle esigenze di tutela del lavoratore. Dunque, credo che quel quadro normativo possa rappresentare la bussola anche per il prossimo futuro.

Cosa vogliamo fare nel prossimo futuro?

Prima di tutto sgomberiamo il campo da equivoci: quello che abbiamo testato durante il lockdown non è smart working, ma remote working. Il lavoratore ha un pc, una connessione, una scrivania per lavorare da remoto, tipicamente da casa. Ma l’organizzazione delle attività non è cambiata e nemmeno la verticalità della leadership. Smart working è invece, al di là della dotazione tecnologica, nuova modalità di organizzazione del lavoro, più orizzontale, dove la fiducia e il senso di responsabilità del lavoratore sono i pilastri. Si tratta di un ribaltamento del paradigma del lavoro così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

 Quindi qual è la sfida per le imprese?

Le parole d’ordine sono fiducia, responsabilità e inclusione. Fiducia nel senso di responsabilità del lavoratore e inclusione come asset per un’organizzazione del lavoro immaginata in ottica di uguaglianza, dove tutti abbiano le stesse opportunità. Questo anche per evitare che lo smart working diventi un “ghetto” per i lavoratori più fragili o per le donne, ad esempio.

Asstel ha firmato con i sindacati un protocollo sullo smart working. Di che si tratta?

I princìpi e linee del Protocollo costituiscono un sistema organico di intese che mirano a tutelare la salute dei lavoratori, a migliorare i risultati aziendali e la qualità della vita delle persone. Come? Facendo ricorso a modelli organizzativi in grado di adattarsi alle esigenze del lavoro e dei lavoratori, valorizzando le professionalità e la produttività delle persone, al fine del continuo miglioramento della qualità del servizio reso. Il protocollo tiene conto dell’impatto sulla sostenibilità ambientale che l’adozione di questa modalità di lavoro può avere nel tempo e conferma l’attenzione alla questione di genere e di gestione dei tempi di vita e di lavoro. Il tutto con un focus sull’esercizio dei diritti sindacali: il lavoro agile non modifica il sistema di diritti e libertà sindacali, individuali e collettivi. Diritto alla disconnessione compreso. La contrattazione collettiva resta dunque la bussola nell’indirizzare le trasformazioni in atto nella filiera, fortemente impattata dall’innovazione tecnologica. Inoltre, a partire dalle Linee guida alcune imprese della filiera – come Tim e Fastweb – si sono dotate di accordi a livello aziendale volti a regolare internamente il lavoro agile e molte altre stanno concludendo in queste settimane accordi importanti che vanno in questa direzione.

 Lo smart working disegna anche una nuova geografia del lavoro…

Si è molto parlato in questi mesi di rinascita dei borghi e del south working. La possibilità di lavorare ovunque in tempi e modi che rendono più agevole la conciliazione con i tempi di vita può fare da apripista a un nuovo modello di sviluppo “urbano” che elimini la dicotomia tra centro e periferia e tra grandi e piccole città.  E contribuire a disegnare un Paese che si sviluppa in ottica di sostenibilità e inclusione.

Ma per fare questo serve investire sulle reti di tlc, sulla banda ultralarga e 5G…

Questo è l’impegno che si sono assunte tutte le imprese della Filiera Tlc. Il digitale non è solo un driver di competitività, ma anche uno straordinario strumento per ridurre il gap culturale del Paese e dunque leva di inclusione.

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