L'INTERVENTO

Lo smart working è il “nuovo” lavoro? Per ora solo molto fai-da-te

Competenze inadeguate e mancanza di infrastrutture hardware e software i due nodi sul cammino italiano. La pandemia un test importante ma si rischia di tornare al punto di partenza nonostante molti lavoratori, di imprese e PA, siano favorevoli alla modalità a distanza. L’analisi di Guelfo Tagliavini

Pubblicato il 22 Mag 2020

Guelfo Tagliavini

Presidente Tesav e Consigliere Federmanager

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Sono passati tanti anni, almeno quindici, da quando, sul modello adottato da poche realtà industriali internazionali, anche nel nostro Paese si è cominciato a parlare di nuove modalità di lavoro; lavoro per obiettivi che prescinda dalla sede in cui viene svolto.

Quindici anni nel corso dei quali per effetto di resistenze culturali e ritardi nella realizzazione di reti primarie di telecomunicazioni e indifferenza sia da parte della PA sia della stragrande maggioranza delle imprese private nell’affrontare programmi di innovazione dei processi organizzativi, siamo stati relegati agli ultimi posti nella graduatoria dei paesi europei per adozione di modalità di lavoro innovative.

Ma alla fine, dopo tante iniziative promosse senza grandi risultati volte ad indurre il nostro sistema produttivo, manifatturiero e dei servizi, ad introdurre nuovi criteri di lavoro più congeniali ai nuovi equilibri sociali, è stata la “mannaia” di una pandemia a costringere la popolazione mondiale ad isolarsi per ridurre il più possibile l’azione di contagio. Se da un lato questa tragedia ha fatto sì che anche nel nostro Paese fossimo costretti ad adottare modalità di lavoro, lontane parenti di quello che è il modello smart working , modalità tuttavia che per quanto “artigianale” ci ha permesso di non paralizzare totalmente il nostro sistema economico, dall’altro abbiamo assistito a tutta una serie di iniziative che definiremmo “ fai da te”.

Era peraltro inevitabile che ciò accadesse; non abbiamo pensato di promuovere programmi di formazione destinati a dare le nozioni di base per attivare modalità di lavoro centrate sul risultato e non sulla presenza, non abbiamo previsto programmi di investimenti per dotare aziende pubbliche e private e rispettivi collaboratori dei mezzi necessari (infrastrutture tecnologiche abilitanti) per erogare , in sicurezza e con un buon livello di produttività, le prestazioni richieste, non ci siamo messi al passo nella realizzazione di reti performanti e capillari attraverso le quali far transitare crescenti volumi di dati e servizi. Tutto questo ha generato, dopo le prime favorevoli battute alimentate dall’esigenza di mantenere sufficienti livelli di interazione, un clima di tentazione di ritorno al passato.

Vero è che, stando anche alle recentissime indagini realizzate da Federmanager in collaborazione con Confindustria, una buona parte dei dipendenti impegnati sia nell’area della produzione che in quella dei servizi ha manifestato grande soddisfazione nell’adottare le nuove modalità di lavoro ma è altrettanto vero che già si sentono i primi “mal di pancia” provenienti sia dai sindacati di categoria che da alcune organizzazioni e associazioni di consulenti del lavoro, sociologi, psicologi. L’invocazione prevalente è quella che servono ulteriori regole, maggiori controlli, normative più severe.

Speriamo che dopo la boccata d’ossigeno regalata da un uso moderno dei nuovi criteri di lavoro in linea con le esigenze ed i desiderata delle nuove generazioni, non ci si ritrovi a combattere , ancora una volta, tra cartellini segna tempo e tornelli.

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