L'ANALISI

Lo smart working non sia il rimedio alle “emergenze”

Dopo il crollo del Ponte Morandi la città di Genova ha deciso di spingere l’adozione del lavoro agile in caso di allerta rossa per maltempo e altre calamità. Ma non può essere solo questa la chiave. L’analisi di Guelfo Tagliavini

Pubblicato il 01 Ago 2019

Guelfo Tagliavini

Presidente Tesav e Consigliere Federmanager

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Leggo, con piacere, che la città di Genova, salita tristemente alla ribalta per la tragica vicenda del ponte Morandi è diventata un punto di riferimento nazionale per l’applicazione di modalità innovative del mondo del lavoro che si riassumono nell’adozione di processi di “smart working”.

Ancora più mi rallegro nell’apprendere che, finalmente, si è dato vita ad una vera e propria integrazione tra pubblico e privato che avrà il suo momento di massima visibilità in occasione della giornata del lavoro agile che si terrà appunto a Genova nel marzo del prossimo anno.

Colpisce l’iniziativa promossa dal Comune che ha messo a punto un sistema per utilizzare lo smart working in caso di allerta rossa per il maltempo o altre calamità naturali o eventi straordinari che possano determinare paralisi alla viabilità urbana. E ancora si fa riferimento ad un protocollo d’intesa sottoscritto tra Comune, Regione ed una serie di importanti aziende private avente lo scopo di dare vita all’organizzazione di soluzioni di co-working.

In più di un’occasione, a partire dal 2103 Federmanager, ha promosso nel capoluogo ligure attraverso seminari, incontri e conferenze cittadine, l’adozione di soluzioni di smart working dimostrando gli importanti benefici che da dette modalità possono derivare sia sul piano sociale che su quello delle imprese pubbliche e private e ancor di più sul piano del benessere e della qualità della vita regalata ai singoli lavoratori. Il dipartimento pari opportunità in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha dato una notevole spinta all’introduzione di modelli sperimentali di smart working nell’ambito della PA centrale e locale e ciò ha certamente contribuito ad innalzare l’interesse generale su un tema per troppo tempo trascurato.

Mi auguro che queste modalità di lavoro, che altro non rappresentano che i nuovi canoni del lavoro delle nuove generazioni, non rimangano privilegio delle sole grandi aziende a prevalente vocazione nei settori dell’informatica e dell’Ict o ancor più limitatamente vengano considerate come possibili rimedi per fare fronte a situazioni di emergenza.

Sarebbe un modo per “catalogare” una modalità di lavoro che, al contrario, deve essere considerata il “nuovo modo di lavorare”

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