L'APPROFONDIMENTO

Spending review, con lo smart working economie di scala notevoli. Ma la PA è al palo

I risparmi sarebbero enormi eppure nella Pubblica amministrazione resta limitato il numero dei lavoratori ai quali è concessa la modalità “smart”. E siamo ancora alle sperimentazioni. Castelli e Garavaglia daranno una spinta? L’analisi di Guelfo Tagliavini

Pubblicato il 04 Giu 2019

Guelfo Tagliavini

Presidente Tesav e Consigliere Federmanager

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Ne abbiamo sentito parlare con insistenza al tempo del Governo Monti quando il nominato commissario alla spending review, Enrico Bondi, presentò un rapporto dal quale si ipotizzava di realizzare risparmi nella PA pari a 3,3 miliardi di euro nel 2012, 6,6 nel 2013 e 9,9 nel 2014.

In quella occasione, mentre si mettevano a punto le varie ricette di politica economica e si compilavano le liste delle possibili economie di scala atte a contribuire a ridurre l’esposizione finanziaria del nostro Paese, avanzavamo una proposta che prevedeva un risparmio strutturato, non una misura una tantum, di oltre 4,5 miliardi di euro all’anno destinata a crescere nel tempo.

Ci si riferiva alla possibilità di applicare in maniera consistente e con modalità tempestive l’adozione di modalità di “smart work”; in quell’anno si conosceva solo il termine “telelavoro”.

Evidentemente al tempo in cui detta soluzione veniva proposta ed auspicata eravamo ancora molto indietro nell’utilizzo di forme di lavoro innovative rispetto alla stragrande maggioranza dei paesi dell’unione europea. Le cause di detta arretratezza venivano generalmente imputate alla cosiddetta questione culturale. Chissà perché le questioni culturali ci relegano sempre agli ultimi posti nelle graduatorie dei paesi che, in fatto di politiche sociali e innovazione tecnologica, sono sempre avanti a noi.

Nessuno dei vari commissari succedutisi nel corso dei vari governi, da Mario Canzio a Carlo Cottarelli e Yoram Gutgeld, ha mai preso in considerazione questa proposta peraltro supportata da ricerche approfondite condotte dalla federazione Federmanager in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata.

Bisogna però ammettere che negli ultimi due o tre anni, anche per effetto del varo della legge 81 del maggio 2017qualche timido passo avanti, nell’applicazione di modalità di smart working, è stato fatto.

Sono state soprattutto le grandi imprese private ad avviare ed applicare processi di innovazione nelle modalità di lavoro sia negli stabilimenti produttivi che nella componente tecnico/amministrativa delle loro strutture organizzative. Rilevante è stato, in questo comparto, il risultato raggiunto sia in termini di produttività che in quella che definiremmo la qualità del “prodotto” ottenuto con ritorni individuali e sociali destinati a migliorare la qualità della vita.

Ma se è vero che nel privato lo “smart working” si va diffondendo pur con qualche tentennamento determinato da una normativa per molti aspetti troppo prudente, non altrettanto si può dire per il mondo della pubblica amministrazione centrale e locale.

Tocco con mano, essendo stato nominato come componente del gruppo di esperti del cosiddetto “lavoro agile” promosso dalla Presidenza del Consiglio, come sia stato affrontato il tema delle innovative modalità di lavoro nell’ambito dell’amministrazione pubblica.

Il motivo dominante rimane, in questo comparto, quello di una sorta di concessione, affidata da crescenti livelli gerarchici, ad un numero limitato di lavoratori impiegati per ridottissimi periodi di tempo con la caratteristica del criterio della sperimentazione.

Seguendo questo approccio sarà molto difficile ottenere quei risultati che sono invece alla base di una modernizzazione dei processi lavorativi.

Ma torniamo al tema della “spending review; ci si augura che l’attuale governo voglia seriamente valutare le analisi condotte sul tema delle possibili economie di scala che si potrebbero ottenere da una coraggiosa applicazione di modalità di “smart working” che prescindano dai criteri di concessione gerarchica e volontarietà individuale.

Si tratta di prendere in considerazione che i nuovi modelli di lavoro avanzeranno a ritmo vorticoso spinti, da un lato dall’introduzione di soluzioni tecnologiche abilitanti sempre più performanti e dall’altro dalla naturale presenza delle nuove generazioni che si affacceranno al mondo del lavoro e della produzione con competenze digitali sempre più avanzate.

Possiamo confidare che i neo eletti commissari alla spending review Laura Castelli e Massimo Garavaglia, espressione del “Governo del Cambiamento”, vogliano prendere in considerazione queste indicazioni?

Ce lo auguriamo.

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