L'INTERVISTA

Fake news e disinformazione, Nicita: “È tempo di pluralismo 2.0”

Accanto agli investimenti in digital literacy e sostegno al giornalismo di qualità, occorre agire sulle procedure, sul framing degli spazi sul web, sulla natura della profilazione dei dati, sul grado di esposizione alla profilazione e selezione algoritmica. Non si tratta di controllare i contenuti o di avere un “ministro della verità”, ma di bonificare un ambiente inquinato al fine di rafforzare la nostra libertà d’espressione

Pubblicato il 08 Nov 2021

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Le strategie di disinformazione non riguardano solo il web. Anzi. Spesso anche luoghi nei quali esiste la responsabilità editoriale si rilanciano fatti alternativi e seguono le medesime strategie, sia a fini di cattura dell’audience sia a fini di partigianeria politica. Il risultato complessivo è che la cattiva informazione prevale su quella di qualità, e che l’opinione pubblica finisce per discutere di fatti inesistenti e di agende politiche del tutto fuorvianti. Occorre ripensare a un nuovo pluralismo, io lo chiamo “pluralismo 2.0”, tanto per i vecchi quanto per i nuovi media, perché il trionfo della disinformazione sta mettendo a rischio il modo in cui costruiamo il nostro dibattito pubblico della polis”. In un’intervista con CorCom l’ex commissario Agcom Antonio Nicita, docente alla Lumsa e membro del Regulatory Scrutiny Board della Commissione europea, analizza il rapporto tra disinformazione e democrazia sottolineando la necessità di regole per disegnare un nuovo ecosistema informativo meno esposto alla disinformazione. Questioni al centro del libro “Il mercato delle verità” appena pubblicato da Il Mulino.

Professor Nicita il dramma della pandemia ci ha consegnato il trionfo della disinformazione. Ma che cos’è il “mercato delle verità”?

In una battuta, come scrivo nel libro, è la degenerazione antipolitica del vecchio “mercato delle idee” che ha caratterizzato la regolazione a tutela del pluralismo nei media tradizionali. Dove qui il termine ‘antipolitica’ va inteso nel senso indicato da Hanna Arendt e cioè antitetico allo spazio pubblico in cui la libertà d’espressione e il confronto libero e aperto tra idee contribuiscono alla crescita umana e sociale della polis. E’ il regno della disinformazione e della polarizzazione in cui ciascuno insegue una propria verità del tutto indifferente alla verità dei fatti.

Nel suo libro gli imputati principali sono quelli che lei chiama “gli strateghi della disinformazione” che in episodi come le elezioni presidenziali americane, il referendum Brexit e il Covid-19 hanno spesso dettato l’agenda setting del dibattito pubblico. Ma chi sono?

Abbiamo ormai una serie di evidenze empiriche consolidate che riporto nel libro. In Europa, ad esempio, la ricerca EastStratCom rinvenibile nel sito www.euvsdisinfo.eu ci mostra le dinamiche e i flussi degli strateghi di disinformazione che organizzano vere e proprie campagne sul web, e in particolare sui social, provengono da fonti ben identificate estere con stretti collegamenti commerciali o politici con siti e personaggi nazionali. Non sorprende che sia che si tratti di mutamenti climatici che di Covid-19 o ancora delle elezioni presidenziali americane, le reti di connessione e diffusione siano le stesse. Motivate dalla cattura dell’attenzione a fini commerciali o politici, in quest’ultimo caso con il fine di indebolire la fiducia nelle istituzioni e nella “established knowledge”, anche quando provenga da fonti scientifiche accreditate.

Sul banco degli imputati ci finisce però anche il web e il ruolo degli algoritmi nel selezionare i contenuti e indirizzarli, attraverso il microtargeting proprio nei confronti dell’utenza più disposta a credere ai “fatti alternativi” di cui parla nl libro.

Certamente la selezione algoritmica agisce da acceleratore e amplificatore delle campagne di disinformazione e di polarizzazione, proprio perché offre a un pubblico target le storie che quel pubblico ama sentire e credere siano vere. Questa selezione se da un lato elimina il sovraccarico informativo dall’altro avviene in un contesto di non consapevolezza da parte di chi le riceve e finisce per rafforzare le distorsioni cognitive delle camere d’eco, dell’effetto àncora e dei pregiudizi e stereotipi. Il risultato non è un aperto mercato delle idee, ma appunto un mercato delle verità dove si trova solo conferma della propria visione pregressa del mondo. Di qui al complottismo, il passo è assai breve.

Come da lei evidenziato sono pro e contro nelle regole che possono caratterizzare questo nuovo “pluralismo 2.0”. Di cosa si tratta?

In estrema sintesi, si tratta ripristinare il vecchio mercato delle idee affiancando al diritto a informarsi e ad essere informati, che ha fin qui caratterizzato la normativa a tutela del pluralismo nei media tradizionali, con un nuovo “diritto a non essere disinformati”. Su questo nuovo diritto devono fondarsi le nuove strategie regolatorie come il Digital Services Act. Le strategie organizzate di disinformazione, che sono cosa ben diversa dalle banali bufale o fake news, sono una esternalità negativa che inquina il mondo dell’informazione e che agisce da selezione tossica dei contenuti che riceviamo. La disinformazione aumenta il costo di cercare e ricevere informazioni corrette.

Ma come possiamo agire concretamente?

Accanto agli investimenti in digital literacy e sostegno al giornalismo di qualità, occorre agire sulle procedure, sul framing dei nostri spazi sul web, sulla natura della profilazione dei dati, sul grado di esposizione alla profilazione e selezione algoritmica. Non si tratta di controllare i contenuti o di avere un Ministro della verità, ma di bonificare un ambiente inquinato al fine di rafforzare la nostra libertà d’espressione. Mentre sui media tradizionali, occorrerebbe semplicemente applicare le norme che già ci sono. Non ha molto senso imporre una responsabilità editoriale a radio e tv, ma poi essere molto timidi ed esitanti nei confronti di chi abusi di essa.

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