INFORMAZIONE & RETE

Parigi, trend topic in cerca di (inter)mediazione

Le reazioni rilanciate su Internet alla strage saranno oggetto di studio per comprendere il ruolo della Rete e dei social network nella formazione dell’agenda informativa. L’analisi del Commissario Agcom Antonio Nicita

Pubblicato il 16 Nov 2015

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Un fine settimana lunghissimo per i media, quello che ha accompagnato le tristi notizie degli efferati attentati di Parigi. Come altri eventi di analoga natura, esso sarà oggetto di studio per meglio comprendere il ruolo della la Rete e dei social network nella formazione dell’agenda informativa e nella dinamica del pluralismo in rapporto ai media tradizionali.

Sono diverse le questioni da analizzare. Innanzitutto il ruolo informativo e ‘organizzativo’ della Rete e dei social network in particolare. Non solo le informazioni dirette provenienti dalla viva testimonianza delle persone coinvolte. L’hashtag #PorteOuverte, come ricordano Vindu Goel e Sidney Ember sul New York Times, ha totalizzato un milione di tweet in sole 10 ore, #prayforparis ha registrato 6.7 milioni di post nello stesso periodo. Anche l’hashtag #RechercheParis, utilizzato per rintracciare i dispersi ha registrato un milione di tweet in 24 ore. Il Safety Check tool di Facebook, già attivato in casi di disastri naturali ed emergenze metereologiche, è stato utilizzato da moltissimi utenti al punto da sollevare alcune critiche in rete, come sottolinea Stuart Thomas su sito memeburn.com, sulla sua mancata disponibilità in precedenti attentati a Beirut e in Kenya.

Ancora, sulla rete si è amplificato il dibattito sugli stereotipi e sulla confusione tra immigrati, profughi, rifugiati, islamici, musulmani e terroristi. Il ritrovamento di un passaporto siriano, poi rivelatosi dopo qualche ora una contraffazione, ha spinto addirittura alcuni quotidiani a titoli che indicavano nelle recenti ondate di immigrazione la porta attraverso la quale sarebbero entrati i terroristi. Si scoprirà che erano cittadini francesi e belgi. Ma per molte ore nella Rete si sono contrapposti giudizi tranchant e vecchi stereotipi, culminati in due importanti prese di posizione, quelle del Presidente Holland e del Sottosegretario di Stato Kerry. Entrambi, nel riferirsi ai terroristi, hanno usato la denominazione Daesh e non quella di Islamic State proprio per separare Islam e terrorismo. Una esigenza che si è subito materializzata in altri topic trend, quali #notinmyname e #muslimsarenotterrorists. Il quotidiano online IlPost.it ha seguito da vicino l’evoluzione delle informazioni sulle rete e le reciproche interazioni con la tv, specie quella italiana, mostrando puntualmente i ‘fake’ e le notizie che non lo erano.

D’altra parte, la Rete e alcuni social network – come ricostruisce il blog vocativ.com – sono stati cassa di risonanza per le rivendicazioni delle azioni terroristiche. Non è mancato allora, in queste ore, il dibattito sulla sicurezza della Rete e sul ruolo dei social network e di gruppi chiusi non tracciabili come strumento di proselitismo online e di organizzazione delle azioni criminali. Un tema già sollevato un anno fa sul Financial Times da Robert Hannigan, capo della GCHQ, l’intelligence britannica. Per Hannigan, “the web is a terrorist’s command-and-control network of choice”, circostanza che richiederebbe, a suo avviso, un new deal tra i governi democratici e le compagnie che si occupano di tecnologia informatica per proteggere la cittadinanza.

Come si vede, in questi due giorni, tutti i temi che da qualche anno riguardano il dibattito e gli studi sulla rete, nei suoi processi informativi e di pluralismo, nei rapporti tra Rete e TV, nella relazione tra Rete e partecipazione democratica, nonché tra Rete, organizzazioni terroristiche e cybersecurity, sono riemersi prepotentemente sull’onda dell’emozione suscitata dai tragici eventi di Parigi.

La relazione di interdipendenza tra Twitter e il giornalismo tradizionale – studiata tra gli altri dal politologo Andrew Chadwick nel recente volume The Hybrid Media System: Politics and Power – comporta che una notizia diffusa su media tradizionali venga rilanciata nei second screen e ritorni poi ‘mediata’ sui canali tradizionali di informazione, e viceversa. Uno specchio di reciproci rimandi che può agire, indifferentemente e casualmente, da processo selettivo e verificazionista dei fatti, come anche da amplificatore delle contrapposizioni e degli stereotipi, confondendo fatti e opinioni.

Il problema, come per primo ha studiato Cass Sunstein, sta nella circostanza che sui social network, anche per i vincoli imposti dagli algoritmi – come ci ricorda nel suo ultimo libro Michele Mezza – si manifesta l’homofilia in senso selettivo. Nel regno del search, finiamo per cercare ciò che ci assomiglia, ciò che sappiamo di ‘condividere’. Pubblichiamo le nostre ‘sentenze’ ma non dialoghiamo, in una battaglia retorica che non trova sintesi e in una diversità che non si apre allo ‘straniero’, ma consolida le proprie differenze. Fatti come quelli di Parigi aprono uno spaccato che conferma, anche nei trend topic, questa caratterizzazione di flussi informativi in cerca di (inter)mediazione. E il giornalismo che dovrebbe digerire e rielaborare questa massa informativa finisce invece per attingere ad essa come notizia, come specchio di rimando, restituendo l’equivoco di un pluralismo come rappresentazione aritmetica non pesata, e spesso non verificata, del maggior numero di fatti e opinioni “che si trovano sulla Rete”.

Come ha scritto Eugeny Morozov, la diversità in Rete è croce e delizia dell’ecosistema digitale. Da un lato essa dimostra che il rischio paventato della globalizzazione culturale a senso unico non è l’esito probabile della società digitale. Dall’altro è una diversità che non dialoga, che polarizza la vita democratica e si radicalizza. Una partecipazione democratica orfana di sintesi, nella quale sopravvivono alla storia, in un eterno presente, istanze in cerca di proseliti, incluse quelle incongruenti con la contemporaneità, e persino quelle che sfociano nel confine tra protesta e lotta armata.

Come ha scritto Massimo Mantellini su IlPost, in Rete c’è tutto e questo è comunque un patrimonio di libertà di informazione che non può essere limitato dalle esigenze di sicurezza.

C’è un tema di responsabilità informativa che sta a ciascuno di noi, specie ai media tradizionali che si propongono come attori di sintesi e che troppo spesso vengono assorbiti dalla complessità delle dinamiche della Rete.

Le analisi che, anche sotto questo profilo, saranno realizzate su questi due giorni di dolore, solidarietà e steoreotipi, ci daranno indicazioni utili per capire come affrontare questa complessità, come generare processi selettivi veritieri e rigorosi dal caos della Rete. Come trasformare la diversità in discorso e in tolleranza nel dibattito democratico.

Per quello che vale, mi piacerebbe che il dibattito sulla Rete somigliasse a quella che Roberta Carlini su Facebook ha definito la “gioventù internazionale, aperta e mobile” colpita a Parigi. La parte migliore di noi.

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