Per comprendere meglio la “balla fumogena” della proposta di eliminare il canone Rai occorre fare qualche passo indietro e rivedere al rallentatore il film dello scorso anno proiettato intorno a Viale Mazzini e, contemporaneamente, immaginare il prossimo che potrebbe venir proiettato.
Iniziamo con la prima scena: le dimissioni di Antonio Campo Dall’Orto e la nomina di Mario Orfeo, attuale Direttore generale o meglio AD di Viale Mazzini. Come è facile ricordare, il cambio della guardia avvenne in un contesto politico dove qualcuno immaginava una sorta di intesa – mai dichiarata formalmente – tra le principali forze politiche: PD e M5S. Il nome che aveva preso forza e consenso era quello di Claudio Cappon, una riserva evergreen buona per tutte le occasioni. Salta il patto e, con l’obbligo di chiudere la partita e dare una guida all’Azienda, spunta fuori dal cilindro l’attuale DG nominato, come qualcuno sostiene in ambito Rai, “a sua insaputa”. Non un manager come sarebbe stato lecito attendersi ma un giornalista di lungo e collaudato corso. Due mestieri diversi: come chiedere ad un idraulico di occuparsi di particelle sub atomiche.
A Viale Mazzini inizia un anno “vissuto pericolosamente” dove i problemi e gli ostacoli appaiono subito chiari per la loro gravità e rilevanza. Per Orfeo inizia a sgranarsi un rosario spinoso e complicato dove si richiede grande conoscenza e competenza di norme, codici, bilanci, piani editoriali, nomine e quant’altro difficilmente improvvisabile. Tanto per tenerci leggeri, ricordiamo i casi Fazio, Gabanelli, calo della pubblicità … per non dire di rinnovo della Convenzione, del Contratto di servizio e della Legge di stabilità. Nei giorni scorsi, dalle colonne de Il Foglio, il DG Rai ha rivendicato il risultato della “televisione di qualità, non strillata”.
Riprendiamo dalla Legge di stabilità. Come abbiamo scritto in un articolo precedente, durante la sua fase di impostazione, era stato presentato un emendamento di enorme rilevanza per il futuro assetto economico dell’Azienda di Servizio Pubblico radiotelevisivo. In particolare, si proponeva all’art. 97, una sostanziale rivoluzione copernicana sulla definizione del canone Rai. Si legge “Entro il primo gennaio di ciascun quinquennio, il MISE stabilisce l’ammontare del canone per i successivi cinque anni, in fase di prima applicazione, la scadenza del termine è il 15 aprile 2018”. È evidente la rilevanza e il peso che tale norma avrebbe potuto produrre in beneficio per le casse Rai: significa poter disporre di una risorsa certa con la quale poter pianificare un qualsivoglia progetto industriale.
Morale della favola: emendamento prima sospeso “per dare modo al Governo di riflettere” e poi svanito nel nulla. Attenzione: nella stessa legge di stabilità si introduce un’altra rivoluzione copernicana che interessa tanto, ma non solo, la Rai: con l’ex art. 89 si recepiscono le indicazioni comunitarie per la riallocazione delle frequenze intorno ai 700Mhz. Anche su questo tema non una parola è emersa da Viale Mazzini. “Abbiamo lavorato sotto traccia” ci ha riferito una nostra fonte. Ma non è affatto chiaro se, in che misura e con quali prospettive l’Azienda di servizio pubblico radiotelevisivo ne sarà più o meno avvantaggiata. Per quanto abbiamo già scritto in proposito, sembrano esserci ampi di incertezza.
Fatto sta che il combinato disposto tra nuova Convenzione, Contratto di servizio, risorse economiche e nuovo ordinamento sul futuro dei nuovi modelli di broadcasting non sembra proprio disegnare un futuro roseo per la Rai. Per quanto riguarda il recente passato ed il presente in divenire, ci si attendeva un regalo di Natale con la notizia della firma del nuovo Contratto di servizio prima della fine dello scorso anno. La Commissione Parlamentare di Vigilanza aveva liberato, per sua competenza, il suo testo a metà dicembre, esprimendo parere obbligatorio ma non vincolante con una serie di osservazioni rilevanti ma non fondamentali. Il testo viene smistato tra Viale Mazzini e il Mise dove, si spera, si possa chiudere nelle prossime settimane. È un buon contratto? Avvantaggia o tutela il Servizio Pubblico? Giudicheremo appena nota la versione definitiva. Nei prossimi giorni dovrebbero comunque prendere il via i tavoli di lavoro previsti dal nuovo Contratto, dove il nuovo piano editoriale sarebbe al centro delle attenzioni.
Nel frattempo però incombono altre sfide non di poco conto. Anzitutto occorre ricordare che la nuova Legge sulla governance Rai prevede che in questo anno si debba procedere al rinnovo del Consiglio di Amministrazione il cui primo, enorme, compito sarà proprio guidare la transizione tecnologica ed editoriale dell’Azienda. In ballo ci sono scelte strategiche, e conseguenti impegni di spesa, di assoluta rilevanza che impattano non solo e non tanto il broadcaster pubblico ma tutto il sistema radiotelevisivo e delle Tlc. Per il nuovo CdA e per il nuovo Governo del Paese si intravvede un duro lavoro.
Intanto, si ricomincia subito con le “Disposizioni di attuazione della disciplina in materia di comunicazione politica e di parità di accesso ai mezzi di informazione relative alle campagne per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica fissate per il giorno 4 marzo 2018” in discussione in Vigilanza a partire proprio da oggi. Dentro Viale Mazzini invece i dipendenti sono in fibrillazione per il mancato rinnovo del contratto mentre, allo stesso tempo, saranno chiamati ad esprimere, per la prima volta, un loro rappresentante all’interno del CdA.
Ed eccoci alla “balla fumogena” della eliminazione del canone. Non è necessario scomodare il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che da parte sua ha semplicemente e correttamente ricordato che si tratta di “una idea sbagliata” per le evidenti ricadute sulla fiscalità generale. È sufficiente dire che “non si può fare” ora e tantomeno nel prossimo futuro, salvo rivedere e riordinare l’intero sistema (una volta si chiamava SIC: Sistema Integrato delle Comunicazioni) che non pare proprio essere una questione risolvibile durante o poco dopo una campagna elettorale. Si tratta di individuare e assegnare nuove risorse, ridefinire limiti di affollamento pubblicitario, concentrazioni editoriali: in poche parole sarebbe necessaria una Legge organica di riassetto dell’intero sistema radiotelevisivo dove il canone è solo una parte, importante ma non centrale.
In tale quadro così complesso e problematico, la chiave di lettura corretta sulla proposta dell’abolizione del canone suggerisce, ancora una volta, che intorno a Viale Mazzini si giocano carte a valore zero, utili per fare fumo elettorale. Progetti ed idee su quale dovrà essere il Servizio pubblico radiotelevisivo prossimo venturo nemmeno l’ombra.
@patriziorossano