L'INTERVENTO

Fair share Telco-Ott, che ne sarà degli investimenti in cloud e cdn?

L’avvento del video streaming attraverso la produzione di contenuti ha spinto il traffico dati favorendo l’infrastrutturazione in banda ultralarga. Obbligare le big tech a pagare una “tassa” per i network rischia di generare un pericoloso effetto boomerang a danno dello sviluppo dell’ecosistema digitale europeo. L’analisi di Augusto Preta

Pubblicato il 26 Apr 2023

Augusto Preta

Founder ITMedia Consulting

scacchi3

Lo scorso 23 febbraio è stata lanciata dalla Commissione europea una consultazione pubblica sulla cosiddetta fair contribution o fair share, ovvero il contributo da parte dei grandi divoratori di banda – sei grandi operatori che da soli utilizzano oltre il 50% del traffico internet, nello specifico Netflix, Google/Youtube, Amazon, Apple, Meta e Microsoft – ai costi per lo sviluppo delle reti, all’interno delle iniziative sulla connettività e le sue infrastrutture.

Questa proposta ha suscitato forti polemiche e scalpore, e questo intervento, che analizza il fenomeno da una prospettiva più ampia rispetto al tema dell’accesso e dell’interconnessione, si cerca di analizzare dapprima il complesso rapporto del mondo telco con lo sviluppo di internet e, successivamente, le relazioni tra Isp e content provider (Cap), anche alla luce dei grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni in conseguenza della trasformazione digitale.

Una vicenda dalle radici ventennali

Tutto ha inizio oltre due decenni fa, quando tra il 2000 e il 2001, prima dello scoppio della bolla internet, in vari paesi europei furono lanciate le aste per l’aggiudicazione delle licenze Umts, la terza generazione di frequenze, che consentivano servizi dati in mobilità, oltre ai tradizionali servizi voce. Il modello di asta adottato dai governi nazionali in molti Paesi, basato su rilanci e al maggior prezzo, aveva il solo scopo di risanare i bilanci statali, creando maggiore liquidità nelle casse dello stato, ma al contempo riduceva drasticamente le risorse per gli investimenti in nuovi servizi e prodotti legati ai dati, dovendo contemporaneamente gli operatori affrontare anche gli ulteriori elevati costi relativi alla costruzione della nuova rete 3G.

In questo periodo, coincidente anche con lo scoppio della bolla internet, mentre l’indice generale azionario diminuiva del 25%, il Dow Jones European telecom crollava del 66%.

Negli anni successivi, questa situazione rimane stabile. Sebbene dunque le tecnologie 3G permettevano il trasferimento di dati “non voce”, ancora nel 2006 il ceo di Docomo, leader mondiale degli operatori mobili, dichiarava: “La videotelefonia è ben lontana dall’essere la killer-application delle reti 3G e occupa solo una frazione marginale dei servizi offerti e fruiti su queste reti”.

Il modello walled garden

All’epoca, il modello di business proposto per i ricavi da contenuti e servizi mobili al di fuori della voce era una trasposizione del tradizionale modello Vas (i cosiddetti servizi a valore aggiunto). In questo modello chiuso, walled garden, l’Isp mediamente si accaparrava almeno il 70% dei ricavi e il Content Provider (Cap) al massimo il 30%. Sulla rete fissa, a sua volta, gli Isp adottavano comunemente alcune pratiche discriminatorie- blocco, degrado (throttling) – per favorire i propri servizi rispetto ai concorrenti. Nel 2007 viene ricordato il caso dell’operatore via cavo Comcast (ora proprietario di Sky), che negli Stati Uniti bloccava o ritardava l’upload di BitTorrent, una pratica comune a molti Isp dell’epoca.

L’iPhone e l’esplosione del traffico dati

Così, quando tra il 2007 e il 2008, utilizzando la nuova tecnologia, vengono lanciati gli smartphone iPhone su sistema operativo Ios e quelli su sistema operativo Android, una nuova era per le content app (e i Cap in generale) si apre. Esplode il traffico, a partire dal mobile e maggiori ricavi vanno ai content provider nei servizi ora gestiti dalle grandi piattaforme, che si sostituiscono agli Isp e che rispetto al 70% degli Isp stessi trattengono “appena” il 30%, rovesciando in questo modo il rapporto con i fornitori di contenuti.

Il principio della Net Neutrality

A sua volta, negli Usa e poi nel resto del mondo, a partire dal caso Comcast-BitTorrent, vengono definite le nuove regole di non discriminazione – no blocking, no throttling, no paid prioritization – nell’interesse non di una parte ma del consumatore, affermando così il principio della Net Neutrality con cui internet dovrà continuare a svilupparsi.

In questo modo si afferma il web 2.0 e con esso le reti sociali e i social media (Facebook, Linkedin, Twitter, Instagram). Il fenomeno, con lo sviluppo delle reti a larga banda (4G, 5G, fibra), si estende anche al mondo dei contenuti video ed esplode negli ultimi anni con la rivoluzione dello streaming.

La regolamentazione

Se da un lato tutto questo costringe sempre più le telco a focalizzarsi sul ruolo di fornitore di accesso (Isp), dall’altro emerge ricorrente, nell’ultimo decennio, il tentativo degli operatori consolidati di ottenere una remunerazione dai grandi Cap attraverso una regolamentazione favorevole come quella che si basa sul principio del sending party network pays (Spnp), reclamato già nel 2012 e successivamente nel 2017 ma fin qui sempre respinto in Europa (l’unico caso in vigore è la Corea del Sud, ma con esiti al momento negativi).

I punti di debolezza del fair share

E sempre nella logica di far pagare il traffico a chi lo genera che si arriva dunque alla proposta attuale del fair share o fair contribution (o network fee a seconda dei punti di vista), che presenta, ad avviso di chi scrive, diversi punti di debolezza, a partire dall’errata presunzione di come funziona il mercato.

Visto dal lato dei Cap infatti, in questo mercato operano sia i soggetti chiamati a contribuire allo sviluppo delle reti sia fornitori di contenuti (produttori, broadcaster) di minori dimensioni. Nessuno di loro però chiede una compensazione regolamentata, e quindi un prezzo più alto di quello negoziale, per ottenere più soldi per i loro contenuti dai grandi Cap (Netflix, Apple, Amazon Pv) sui loro prodotti.

Quel che accade invece è l’esatto contrario: l’aumento della domanda di questi contenuti sta spingendo i grandi Cap a investire sempre di più in questi contenuti (serie, film, sport, ecc.) e a fornire risorse come mai prima all’industria dei contenuti, portando all’esplosione dei servizi di video streaming, con grandi benefici per tutti gli attori della catena del valore, ivi compresi i consumatori,.

Vista dal lato degli Isp, anche loro hanno tratto grande beneficio finora da questa situazione, grazie all’aumento della domanda di connettività e alla crescente larghezza di banda che possono monetizzare agli utenti finali. Allo stesso tempo, i grandi Cap continuano a investire sempre di più nella connettività, come il cloud e le Cdn, favorendo in questo modo lo sviluppo delle infrastrutture e delle reti.

A rischio il circolo virtuoso degli investimenti

Tutto questo circolo virtuoso, che vede il passaggio nel mondo digitale da mercati distinti e separati (telco e media) a un unico ecosistema, ha un impatto diretto sulla qualità del servizio per gli utenti finali. Intervenire in maniera regolamentare imponendo ai grandi Cap prezzi più alti sull’accesso e sull’interconnessione, rischia di mettere a repentaglio questo circolo virtuoso.

Prevedibile infatti che a livello di connettività questo ridurrà gli incentivi a investire nell’innovazione (cloud, Cdn, ecc.). Al contempo, a livello di contenuti e del mercato a valle, è prevedibile che ciò sottragga risorse per gli investimenti in produzioni televisive (serie) e opere cinematografie e lato utente finale porti ad aumentare il prezzo per accedere a questi servizi (Vod, video streaming).

L’effetto boomerang

Modificare un sistema sempre più interrelato e interconnesso – un ecosistema appunto – che finora si è dimostrato coerente e fruttuoso sia in termini di qualità dei servizi al consumatore, sia in termini di prezzi, in un contesto di aperta concorrenza tra operatori di Tlc, appare irragionevole e controproducente (si veda il caso sopra menzionato della Corea del Sud).

Il passaggio da un approccio volontario e cooperativo a uno di “equa contribuzione” regolamentato produrrà a mio avviso effetti negativi sull’intero ecosistema, senza alcun evidente effetto positivo, a parte le poche Big Telco che potrebbero trarne vantaggio. In definitiva il Fair Share appare non solo economicamente irrazionale e inefficiente, ma, come è già stato sottolineato da altri, potrebbe minare il modello europeo delle comunicazioni elettroniche con un impatto negativo sulla concorrenza (Ecta) e con effetti negativi anche dal punto di vista sociale, perché potrebbe mettere a repentaglio l’attuale alta qualità dell’offerta mediatica europea, con un impatto negativo anche sul pluralismo dei media (l’associazione tedesca dei media Vaunet).

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