IL CASO

Non solo Google, il Fisco punta a rastrellare un miliardo da Facebook & co

L’Agenzia delle Entrate lavora per trovare un’intesa anche con altre tech company fra cui Amazon e Airbnb. Intanto Padoan apre alla web tax, primi passi già nella manvora d’autunno

Pubblicato il 05 Mag 2017

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L’accordo milionario siglato dall’Agenzia delle Entrate con Google potrebbe fare da “apripista”. Dai giganti del web, infatti, potrebbe arrivare per le casse del fisco quasi un miliardo di euro. Dopo Apple (318 milioni) e Google (306), appunto, si lavora a una intesa anche con Facebook, Amazon e Airbnb.

La cifra versata da Google è la seconda per importo dopo quella della Mela, ma più di quanto Google ha già versato a Londra (130 milioni di sterline, circa 136 milioni di euro). Importante anche il percorso individuato tra l’amministrazione e Mountain View che si è impegnata a continuare a versare tasse in Italia.

Con il fisco Apple ha raggiunto un accordo lo scorso dicembre per i mancati versamenti dell’imposta sui redditi delle società. La casa di Cupertino ha così messo mano al portafoglio e versato all’erario italiano 318 milioni di imposte. In Italia, fin dai primi controlli, i funzionari dell’Agenzia delle entrate avevano evidenziato che, pur se tramite una società irlandese, la Apple vendeva prodotti non dall’Irlanda ma dall’Italia.

Il fisco italiano, dopo i successi ottenuti con Apple e Google dei quali si è parlato anche sulla stampa internazionale, punterebbe ora con decisione ad altri giganti del web. In particolare su Amazon, Facebook ed Airbnb, anche loro ritenuti responsabili di far utili in Italia senza pagare tasse oppure pagandone una minima parte rispetto ai ricavi ottenuti nel nostro Paese. E l’Agenzia delle Entrate infatti in una nota spiega: “L’Agenzia conferma il suo impegno nel perseguire una politica di controllo fiscale attenta alle operazioni in Italia delle multinazionali del web”.

A spingere sulla possibilità di una misura “di transizione” è il direttore dell’Age, Rossella Orlandi, che propone un meccanismo di accordo preventivo – sulla scia di quelli già stipulati da Apple e in via di definizione con Google – da mettere in campo senza la necessità di avere prima avviato un percorso di accertamento. E l’idea incassa una apertura da parte del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Il ministro si dice infatti “disponibile a riflettere concretamente su quanto si può fare intanto a livello nazionale”, in attesa di vedere anche i risultati del G7 dove il tema è in cima all’agenda già della ministeriale finanze della prossima settimana. Una occasione, assicura Padoan, in cui l’Italia “farà di tutto” perché si facciano “passi avanti”.

Proprio l’accordo con Google, osserva il titolare di via XX Settembre, mostra la necessità di lavorare “a livello interno e internazionale” per creare “un regime più stabile, trasparente e chiaro”, e definisce “ragionevole”, nel frattempo, “porre alle imprese multinazionali una alternativa all’accettazione della stabile organizzazione”. Questo primo passo potrebbe peraltro già essere mosso in sede di conversione della manovra dove il tema sarà comunque discusso, come ha preannunciato il presidente della commissione Bilancio Francesco Boccia, da sempre in prima linea per introdurre in Italia la web tax.

Orlandi peraltro proprio in audizione sulla ‘manovrina’ in mattinata aveva ricordato che esiste già più di una proposta in questo senso, elaborata dalla commissione ad hoc del ministero dell’Economia (guidata da Mauro Marè) con il contributo dei tavoli tecnici. Secondo Orlandi per i colossi del web si potrebbe iniziare da “meccanismi di accordi preventivi sulla scia della cooperative compliance” studiati ad hoc per le aziende dell’economia digitale, senza toccare il concetto di stabile organizzazione che è appunto definito dall’Ocse e ha bisogno dell’accordo internazionale per essere modificato.

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