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Web tax “europea”, la Francia affila le armi contro Google & co

L’annuncio del ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire: “Nostra proposta all’Ecofin di settembre: regole più semplici e tassazione reale”

Pubblicato il 07 Ago 2017

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Francia e Germania sarebbero pronte a fare fronte comune per impedire alle grandi multinazionali del web di utilizzare scappatoie fiscali per pagare meno tasse in Europa. In un’intervista a Bloombreg, il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, ha annunciato che la Francia avanzerà la sua proposta per “regole più semplici” e una “tassazione reale” al prossimo Ecofin informale di metà settembre a Tallinn, in Estonia.

“L’Europa deve imparare a difendere i suoi interessi economici in maniera più decisa, come fanno già la Cina e gli Usa – ha spiegato il ministro – Non puoi prenderti i benefici di fare impresa in Francia o in Europa senza pagare le tasse che le altre imprese – francesi o europee – sono obbligate a versare”.

L’iniziativa francese si inserisce nel solco di un progetto più grande. Arrivare ad una armonizzazione complessiva di tutte le corporate tax all’interno dell’Eurozona. Lo stesso Macron ha annunciato di volerla portare al 25% entro la fine del proprio mandato. “Non oltre il 2018 dovremmo essere in grado di avere lo stesso livello della Germania, il che sarebbe la base per uniformare il livello di tutti i Paesi dell’Eurozona”, ha detto.

In Italia, nella manovirina di primaverA, è stata introdottta la cosiddetta “Webtax transitoria”. La normao prevede che le società o gli enti “che appartengono a gruppi multinazionali con ricavi consolidati superiori al miliardo di euro e che effettuino cessioni di beni e prestazioni di servizi nel territorio dello Stato per un ammontare superiore a 50 milioni di euro”, “possono avvalersi della procedura di cooperazione e collaborazione rafforzata di cui al presente articolo per la definizione dei debiti tributari della eventuale stabile organizzazione presente sul territorio dello Stato”.

Ma secondo l’ufficio parlamentare del Bilancio (Upb) la misura è di dubbia efficacia. L’Ubp fa notare che la procedura “si configura come una sorta di sanatoria preventiva e volontaria, con una regolarizzazione agevolata delle posizioni fiscali pregresse e la garanzia per gli anni futuri di un trattamento basato sull’accordo e la collaborazione tra impresa e Amministrazione attraverso l’ammissione al regime di adempimento collaborativo introdotto nel 2015”.

Quattro i punti deboli. Al primo punto il fatto che la disposizione, presentata come una imposizione sulle imprese digitali adotta un approccio differente rispetto ad altre proposte e appare un più generale strumento antielusione e antiabuso diretto a imprese multinazionali, senza discriminare tra imprese digitali e non digitali”

Al secondo punto il fatto che si sia preferito incentivare l’adempimento fiscale volontario, legato quindi a una agevolazione. “Diversamente il Ddl 2526, il cosiddetto ‘Ddl Mucchetti’, che interviene sui medesimi temi ed è attualmente in discussione al Parlamento, prevede una penalizzazione – sottolinea la nota – con forte incentivo per le imprese a regolarizzare la propria condizione di stabile organizzazione per l’elevata entità del prelievo alla fonte in caso di mancata regolarizzazione”.

Emerge poi la preoccupazione che “proprio le imprese digitali potrebbero essere incentivate a rimanere ‘nell’ombra’ sfruttando i margini di elusione dei quali dispongono e cercando di differire la contrattazione dell’onere tributario. La convenienza ad aderire alla procedura sarà tanto maggiore per imprese per le quali un accertamento ordinario è più probabile e rischioso”.

Infine il fatto che la convenienza per le imprese, e per il Fisco, dipende anche “dalla valenza del vincolo, previsto dalla norma, di 50 milioni di ricavi prodotti in Italia in uno dei tre anni precedenti”.

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