INCHIESTA ITALIA DIGITALE

Agenda digitale, la governance è il grande freno

Spending review? No. Ad ostacolare l’attuazione del piano è soprattutto la
mancanza di un centro decisionale con poteri di veto sulle amministrazioni. Intanto le Regioni mettono a disposizione le loro esperienze. Vendola: “Noi siamo pronti”

Pubblicato il 16 Set 2013

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Anagrafe unica, fascicolo sanitario elettronico, documento digitale. L’Agenda digitale potrebbe davvero cambiare volto alla Pubblica amministrazione italiana e, a seguire, di tutto il sistema Paese. Secondo i dati elaborati dal Politecnico di Milano le risorse che nel complesso si potrebbero liberare cavalcando le nuove tecnologie digitali ammonterebbero ad oltre 70 miliardi di euro; 35 miliardi potrebbero arrivare dalla riduzione dell’evasione fiscale e dal miglioramento dell’efficienza della PA, 25 miliardi dalla semplificazione della relazione tra enti pubblici, imprese e cittadini (abbattendo di un terzo i costi della burocrazia sostenuti dalle aziende) e la porzione restante dall’aumento di produttività e dalla nascita di nuove start up hi-tech. Di contro, come rileva lo studio realizzato da The European House-Ambrosetti, il ritardo digitale costa all’Italia fino a 2 punti di Pil.

Ma non pochi sono i fattori che frenano l’Agenda, a cominciare da quello economico determinato da un forte taglio ai budget che rende ancora più difficile un corretto bilanciamento tra l’efficienza (ovvero la minimizzazione della spesa degli enti pubblici) e l’efficacia (ovvero la garanzia di offrire un giusto servizio ai cittadini che finanziano l’attività). A questo si vanno ad aggiungere i 20 milioni tolti nel decreto del Fare al progetto per dare la banda larga a tutti gli italiani entro il 2014 (già questo un rinvio rispetto all’obiettivo 2013 presente nel decreto Crescita 2.0) e ulteriori ritardi nella messa in opera dell’Agenzia per l’Italia digitale, il cui statuto ancora non è stato approvato.

Secondo Greta Nasi, docente associato presso il Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico dell’Università Bocconi, l’ostacolo all’attuazione, però, non sta tanto nel taglio delle risorse quanto nelle modalità di gestione dell’Agenda stessa che “rischiano di rendere inefficace una ricetta che invece è quella giusta”. “Bisogna cambiare prospettiva – evidenzia Nasi -. Il vero freno non è la spending review ma la definizione degli obiettivi e la governance. Mi spiego: fino a che si stabiliranno obiettivi qualitativi generici e non si opterà per una governance unica che superi il policentrismo di questi ultimi anni, l’Italia non riuscirà a fare grandi passi avanti”. Si tratta, in altre parole, di mettere le PA nelle condizioni di attuare l’Agenda, ma non solo dal punto di vista strettamente economico.


“Chi esercita la gorvenance – puntualizza l’esperta – deve poter esercitare un forte potere di veto e definire target quantitativi in primo luogo, che possano facilitare il monitoraggio nell’applicazione del piano digitale. Solo a questo punto si può intervenire sul versante risorse. Come? Rivedendo il sistema degli incentivi ed erogandolo direttamente all’ente che ha raggiunto gli obiettivi che si era preposto e non, come accade ora, erogandoli alla Regione di riferimento che, poi, li destina alle altre amministrazioni con modalità spesso farraginose”.
In questo contesto diventa fondamentale il ruolo delle Regioni. La Conferenza delle Regioni ha elaborato un documento ad hoc – “Contributo delle Regioni per un’Agenda digitale al servizio della crescita del Paese nella programmazione 2014-2020” – a supporto della strategia digitale nazionale.


“Il testo evidenzia il ruolo chiave che le regioni possono avere nello sviluppo della strategia per l’Italia digitale – spiega Nichi Vendola, governatore della Puglia e relatore del documento, elecando al corriere delle Comunicazioni i motivi per cui è dirimente il ruolo degli enti territoriali – Le Regioni possono mettere in campo una pianificazione e una governance territoriale forte in quanto hanno un ruolo storico nei processi di infrastrutturazione sia per le reti di telecomunicazione in banda larga ed ultra larga sia per il consolidamento dei data center della pubblica amministrazione”. Inoltre, già oggi, rappresentano uno snodo chiave per l’interoperabilità, basti pensare al progetto Icar.

“Abbiamo la dimensione e le strutture per poter attivare percorsi di co-progettazione, cooperazione e riuso di buone pratiche – puntualizza Vendola – Possiamo declinare attraverso agende digitali regionali gli obiettivi in azioni modulari anche con partenariati pubblico/privati”. Per Nasi questa strategia può essere un buon punto di partenza. “In una logica di cooperazione tra diversi stakeholders, occorre che il modello di finanziamento per fare innovazione si sposti dall’utilizzo di strumenti tradizionali a modelli di partnership pubblico privato capaci di attirare capitali privati – conclude Nasi – L’attuale quadro normativo propone infatti differenti forme procedurali e contrattuali per l’utilizzo di risorse private”.

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