PUNTO DI VISTA

Agenda digitale, Pasini: “Passare dalla tecnocrazia alla visione sistemica”

Il docente della Bocconi: “La tecnologia da sola non serve, bisogna analizzare gli impatti che i progetti possono avere sulle risorse umane e sull’organizzazione interna alla PA”

Pubblicato il 27 Nov 2013

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Infrastrutture di comunicazione (banda larga fissa e mobile), interoperabilità e consolidamento dei Ced sono da diverso tempo i “tormentoni” dell’agenda digitale, oramai troppo spesso indicati come la soluzione dei problemi digitali italiani e non come ciò che realmente sono, “enabler” del rinnovamento digitale, fondanti e sfidanti, ma sempre “enabler”. “Enabler” significa che da soli non danno garanzia di risultato rispetto agli obiettivi, che non sono solo di ridurre il “digital divide”, ma anche il “cultural divide”, e soprattutto di aumentare l’intensità di utilizzo di servizi digitali da parte delle imprese (in special modo le Pmi), della PA e degli individui/famiglie, per la quale i dati Ocse e World Economic Forum posizionano l’Italia in continuo peggioramento negli ultimi anni.

Finalmente si parla più diffusamente di servizi e di applicazioni che possono essere resi disponibili alla collettività, anche se forse è ancora prematuro parlare di visione sistemica: i 3 progetti prioritari identificati dal commissario Caio sono di straordinario impatto e pervasività (anagrafe nazionale, identità digitale e fatturazione elettronica), su cittadini e imprese, ma anche sulla PA stessa. Ed è qui che forse serve ancora di più una visione sistemica prospettica, che anticipi e controlli le conseguenze che potrebbero avere questi progetti su strutture, processi e competenze anche della PA.

Chi si sta occupando di comprendere gli impatti organizzativi che questi progetti (e i futuri) avranno sulle risorse umane della PA? Chi si sta occupando seriamente di Skill Gap Analysis e di capacity planning delle risorse umane future della PA? Chi sta valutando attentamente anche i 5.000 occupati delle società IT in house delle regioni e gli enne mila delle società IT centrali? Siamo sicuri che questi temi non diverranno ancora una volta un vincolo al rinnovamento della PA italiana e alla riduzione della spesa pubblica che sembra essere un tema politicamente molto impopolare?

Perché non assegnare ad uno o due istituti indipendenti e competenti, che lavorano abitualmente a fianco delle imprese private e pubbliche, riconosciuti anche nel panorama internazionale, il compito di analizzare e pianificare questi cambiamenti in modo serio e senza traumi occupazionali e sociali, come è stato appena fatto per l’assessment della situazione delle Tlc in Italia con alcuni esperti internazionali?

Probabilmente questo istituto potrebbe anche sviluppare un piano di educazione digitale che consenta di riconvertire persone oggi occupate “male” nella PA o disoccupate in generale (contribuendo anche alla riduzione del tasso di disoccupazione nazionale), e non solo di “allevare” i giovani al digitale (cioè coloro che si stanno affacciando al mondo del lavoro)?

La riduzione del “cultural divide” italiano potrebbe anche far crescere la sensibilità e la maturità media del cittadino e della Pmi, fornendo loro gli strumenti per esprimere un parere serio su cosa desiderano, sui loro bisogni, su quali servizi digitali ritengono prioritari, dopo quelli base di pubblica e generale utilità. Chissà, forse così potrebbero anche essere in grado di valutare più consapevolmente i diversi programmi di digitalizzazione proposti dalla varie parti politiche, e trasformare così anche le future Agende Digitali italiane in una fonte reale di “dividendo politico”!!

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