PUNTO DI VISTA

Agenda digitale, servono regole

Andrea Lisi (Anorc): “Senza conservazione elettronica e trasparenza dei siti della PA il Crescita 2.0 non sarà mai realtà”

Pubblicato il 04 Nov 2012

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Uno dei nostri principali difetti come popolo è forse quello di cullarci pigramente e a lungo nei nostri problemi credendo che prima poi arriverà qualcosa o qualcuno a risolverli e a sollevarci dalla fatica di farlo da noi. La parola magica più utilizzata e attuale sembra essere in questi giorni “Agenda Digitale”: se ne parla in tutte le sedi e in tutte le occasioni e pare che, se si ha davvero a cuore lo sviluppo del nostro Paese e il suo stare al passo con quanto accade nei più evoluti stati dell’Ue, non si possa fare a meno di invocarla e ripeterla come un mantra.
Naturale conseguenza dell’Agenda Digitale è poi il provvedimento Crescita 2.0 che dovrebbe essere una sorta di libretto di istruzioni, una “guida operativa” alla realizzazione dell’obiettivo – a tutti caro – della digitalizzazione italiana. Nel documento vengono accuratamente citate tutte le nuove parole d’ordine della modernizzazione, definizioni immancabili e ormai di moda come smart city, open gov, open data, oltre ai già noti e meno anglofoni documenti digitali, pec e cartelle cliniche elettroniche. Vengono effettivamente toccati anche alcuni temi cruciali: la cartella clinica digitale, il fascicolo sanitario elettronico, l’anagrafe digitale, le nuove regole della PA digitale, l’istruzione e la giustizia digitali. Tutte mete fondamentali che, senza una pianificazione lungimirante e dettagliata, che contempli e integri tutti i fattori in gioco e soprattutto senza delle precise regole tecniche che descrivano il corretto modus operandi da tenere sembra impossibile a farsi.


È opportuno ricordare che prima dell’avvento dell’Agenda Digitale noi possedevamo già una normativa in questo settore, di cui il Cad rappresentava la parte più consistente. Ma lo stesso Cad aspetta ormai da anni dei decreti attuativi per poter essere completamente applicato: quanto bisognerà attendere allora per quelli relativi al Crescita 2.0?
I processi di digitalizzazione rischiano forse di essere percepiti come astratti e lontani meccanismi burocratici che non coinvolgono direttamente il cittadino ma solo la PA: non c’è nulla di più errato, dal momento che oggetto di questo delicato passaggio verso il digitale sono i nostri dati e documenti, esposti, senza adeguate regole tecniche che lo disciplinino, a rischi molto seri che ne possono minare la sopravvivenza e l’integrità. La strada per conquistare l’Italia Digitale richiede dei passi fondamentali, che non possono essere elusi e senza i quali rischiamo di vanificare li sforzi fatti finora e mettere a rischio la buona riuscita dell’intera operazione: l’emanazione delle regole tecniche sulla gestione e conservazione informatica dei documenti e sulla firma elettronica avanzata, le Linee guida per la dematerializzazione della documentazione clinica in diagnostica per immagini, il decreto attuativo della fatturazione elettronica sono solo alcuni esempi delle battaglie intermedie da vincere per approssimarci alla meta finale.

Altro punto affatto condivisibile nel provvedimento è quello in cui si sostiene la possibilità di attuare una “digitalizzazione a costo zero”: un salto di qualità come quello delineato nell’Agenda Digitale non richiede solo l’investimento di energie e buoni propositi, ma anche di fondi congrui per attuare, ad esempio, una corretta e diffusa formazione del personale operante nella pubblica amministrazione e una parallela informazione al cittadino. A maggior ragione se prendiamo in considerazione, come base di partenza per il salto, il grado attuale di digitalizzazione della PA, che è ben lontano dai parametri fissati dalla legislazione vigente.

La PA si discosta molto dall’ immagine di modernità disegnata dall’Agenda. Scarsa conoscenza degli obblighi normativi, conservazione digitale raramente attuata, responsabili della conservazione digitale mai nominati e difficoltà per il cittadino che voglia far valere i propri diritti alla trasparenza digitale e alla fruibilità dei siti: questa è la realtà che una ricerca Anorc ci ha restituito. Pensare che un cambiamento così radicale possa attuarsi senza sforzo e senza costi è confortante – rassicurante forse – ma non realistico.

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