PUNTO DI VISTA

Ancitel: PA digitale, ripartire dal Cad

Il Codice dell’amministrazione digitale è la chiave di volta per innovare la burocrazia. Ma serve puntare di più sulla formazione dei dipendenti

Pubblicato il 10 Nov 2012

Una delle domande ricorrenti quando si discute di Codice dell’Amministrazione Digitale è la seguente: “Perché il Cad fatica così tanto per essere applicato all’interno della PA?”. Nel gruppo Facebook “Cad-Codice Amministrazione Digitale” si è tentato in diverse occasioni di dare una risposta a questa domanda, grazie all’aiuto di innumerevoli esperti in materia che hanno messo a fattor comune la propria competenza proveniente da ambiti professionali eterogenei per analizzare gli scenari, le disposizioni di legge ed anche i casi in cui gli scenari disattendono sistematicamente tali disposizioni.
Tornando alla domanda iniziale e alla difficoltà, quindi, di innovare gli uffici pubblici e vedere finalmente applicato nella sua interezza il Cad, possiamo dire che non esiste una ricetta magica che renda di colpo la nostra PA una PA digitale. Non c’è un unico, grande “tappo” in qualche stanza del palazzo che, una volta rimosso, potrà finalmente ridare lo slancio innovativo al nostro Paese. C’è innegabilmente un problema culturale, di processo e questo si può affrontare con la divulgazione di modelli e best-practice per la PA digitale. Si può operare sulla formazione dei funzionari e questo, ad esempio, è l’obiettivo del Programma di formazione online sul Cad realizzato da Ancitel, la struttura tecnologica dell’Anci dedicato al personale degli enti locali.

Poi arriva il nodo della reingegnerizzazione dei processi. Sebbene le motivazioni che attengono i ritardi nell’applicazione del Cad siano molteplici, è possibile, tuttavia, identificare due classi di fattori con cui l’amministrazione che si appresta a ridisegnare i propri processi dovrà fare i conti.
La prima tipologia raccoglie tutti i fattori interni all’ente, mentre nella seconda tipologia possiamo inserire tutto ciò che prevede un coinvolgimento di stakeholder esterni nel processo di cambiamento che l’ente vuole attuare.
Nella prima categoria rientrano, ad esempio, tutti i cambiamenti organizzativi e tecnologici che non hanno altri vincoli nella loro attuazione, se non la volontà e la capacità dell’ente di metterli in atto. Esempi di fattori interni possono essere quelli legati all’adozione della posta elettronica per le comunicazioni tra uffici della stessa amministrazione, all’impiego della Pec al posto delle raccomandate oppure alla definizione di un piano di formazione sul Cad per il personale.

Nella seconda categoria, ovvero i fattori esterni, possiamo raccogliere altri aspetti come: la difficoltà ad interagire con le altre PA coinvolte nel cambiamento, l’assenza di regole tecniche oppure la mancanza di chiarezza delle stesse, l’inadeguatezza di documenti programmatici sull’innovazione in grado di definire scadenze e responsabilità. Chi si occupa ed opera quotidianamente nel campo dell’innovazione della pubblica amministrazione si ritroverà quasi sempre a dover affrontare contemporaneamente entrambe queste tipologie di fattori, anche se è ragionevole attendersi che vengano in primis appianate le criticità interne che ostacolano il processo di digitalizzazione, per evitare che i fattori esterni possano diventare un pretesto per non avviare affatto tale processo di reingegnerizzazione. Tale cambiamento, in conclusione, può essere attuato solo con un coordinamento interistituzionale tra i diversi livelli di governo, tra i fattori interni e quelli esterni. Prima ancora di proporre soluzioni operative e adottare nuovi strumenti e tecnologie è essenziale definire le politiche di gestione dell’innovazione, dunque interrogarsi sulle competenze, sui nuovi modelli organizzativi e sui processi decisionali.

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