SFIDA DIGITALE

Caio: “Così si fa l’Agenda digitale”

Mr Agenda digitale annuncia le strategie messe a punto con il premier Enrico Letta: “Il piano deve essere leva di competitività e rilancio occupazionale”. Avanti tutta sull’anagrafe unica: “Architettura abilitante per gli altri progetti”. Focus sull’interoperabilità

Pubblicato il 30 Set 2013

«L’Agenda digitale non è un insieme di progetti ma un percorso verso la creazione di uno Stato più efficiente, che sia leva di competitività e di rilancio dell’occupazione e che, allo stesso tempo, offra servizi evoluti a cittadini e imprese”. Francesco Caio, mister Agenda digitale, racconta al Corriere delle Comunicazioni, la strategia condivisa con il premier Enrico Letta.

Caio, lei ha battezzato l’Agenda “slim”: anagrafe unica, identità digitale e fatturazione elettronica. Tre progetti su cui concentrare sforzi e risorse. Ci spiega perché?

Quando il Presidente Letta mi ha affidato questo incarico, mi ha indicato la sua volontà di accelerare l’attuazione dell’Agenda Digitale. Ho ritenuto, quindi, importante definire poche priorità con chiari obiettivi su cui focalizzare il lavoro, selezionando sistemi che sono abilitanti per la digitalizzazione di tutti i processi della Pubblica amministrazione.

Si parte con l’anagrafe unica.

Esattamente. L’anagrafe è lo scheletro logico e la base informativa unificante che svolge due funzioni abilitanti: dare certezza del dato su popolazione e residenza e funzionare come una sorta di “indice” per i servizi digitali della PA che vi si possono agganciare. Inoltre, l’anagrafe è un progetto sfidante per i rapporti tra centro e periferia nonché il primo grande esempio di un servizio in cloud, a cui i Comuni fanno riferimento per i dati, ma gestiscono in locale i servizi. Si tratta di uno schema di riferimento per impostare tutta la digitalizzazione in cloud della PA.

L’identità digitale è l’altro progetto chiave. Perché è più importante di altri nel processo di attuazione dell’Agenda digitale?

Avere una password unica per accedere ai servizi dell’amministrazione, che permetta di identificare il cittadino in maniera univoca dal sistema della PA, è la base per puntare a servizi erogati da sistemi interoperabili. Mi spiego: oggi il cittadino dialoga con “le” pubbliche amministrazioni non con “la” pubblica amministrazione, diventando lui stesso il system integrator di sistemi sviluppati a sylos. Pensiamo alla nascita di un figlio, un evento che implica il “camminare” tra diversi uffici per registrare il nascituro all’anagrafe e alla Asl, per avere il codice fiscale. Questo perché i sistemi delle PA, a oggi, non si parlano, hanno poca interoperabilità e non si scambiano dati. Ecco, l’identità digitale crea le condizioni per superare questo modo di funzionare dello Stato. Si tratta di un salto culturale importanteper le PA, che sono spinte a cooperare tra di loro, e si traduce in una forte semplificazione nella vita dei cittadini .

Il terzo progetto è la fatturazione elettronica. Qui entrano in gioco le imprese.

La scelta è stata quasi “obbligata” per consentire il governo di rafforzare le capacità di controllo di gestione dello Stato e di mettere in campo strategie di spending review basate su dati certi e trasparenti. Il tutto aumentando il livello di servizio verso le imprese.

Per realizzare tutto questo servono data center efficienti. Puntare al consolidamento dei Ced basta?

Certamente il processo di consolidamento è un “movimento globale”, basato sullo sviluppo della banda larga e del cloud. È quindi una strada da perseguire anche nell’ambito della Pubblica amministrazione in Italia. Però è importante che il consolidamento delle infrastrutture fisiche sia guidato da una visione chiara dell’architettura “logica” dei sistemi della PA. Un’architettura di riferimento che indichi quali sono la Basi Dati di interesse nazionale, quali i flussi di interoperabilità e i processi di interazione e dialogo tra sistemi. In questa prospettiva è soprattutto l’adozione di standard comuni per le strutture di dati e metadati che fa fare il salto di qualità nell’erogazione e nella fruizione di servizi.

Tre iniziative sfidanti e un grande lavoro architetturale sui data center. Ci sono le risorse per fare tutto questo?

Il tema non è quanti soldi ci sono, ma come vengono spesi. Per rispondere alla sua domanda dico che le leve saranno tre: la prima Horizon 2020 con cui la Ue destina circa 80 miliardi ai paesi membri, la seconda i fondi strutturali europei da cofinanziare con fondi italiani, circa 30/35 miliardi per il periodo 2014-2020. E infine, ma non meno importanti, le risorse liberate, i risparmi legati ad un uso sistematico degli standard, dell’ interoperabiltà e della condivisione di dati.

Prima ha fatto cenno al rapporto tra centro e periferia come uno degli aspetti sfidanti dell’Agenda. Quale ruolo possono svolgere le Regioni nel percorso di attuazione?

È essenziale rafforzare il dialogo tra centro e periferia. L’Agenzia per l’Italia digitale sta lavorando a questo obiettivo, affrontando con le Regioni il tema dei fondi strutturali. Sul versante dei progetti, invece, abbiamo voluto portare Anci e Cisis – rappresentanti competenti dell’IT nella PA locale – al tavolo sull’anagrafe unica. L’Agenda digitale è un percorso di riforma amministrativa per il quale serve l’impegno di tutti i livelli di governo.

Non si corre il rischio di sovrapposizioni di competenze tra il governo centrale e quelli territoriali?

La domanda mi dà l’occasione per evidenziare quanto previsto dall’articolo 117 del titolo V della Costituzione, che attribuisce al governo centrale un ruolo di regia per il coordinamento dei dati informatici della PA. Si tratta di una norma che dà fondamento al ruolo del Governo centrale che agisce “garante” dell’interoperabilità tra sistemi, nel rispetto delle autonomie locali. Quindi direi di no, non si rilevano sovrapposizioni di competenze: la Costituzione parla chiaro.

Lei crede che in passato siano stati fatti errori nell’attuazione dei piani digitali che si sono susseguiti negli anni?

Non mi piace giudicare il passato, piuttosto riflettere su cosa serve per impostare un processo di digitalizzazione corretto per il futuro. E ritengo che oggi sia importante definire e condividere – più che lunga serie di progetti e iniziative digitali – un’architettura di riferimento cui la Pubblica amministrazione digitale deve tendere e i piani di medio periodo che servono per arrivarci. In questo percorso il Governo centrale presidia la visione architetturale e, attraverso l’ Agenzia Digitale, regole e standard di interoperabilità che poi le amministrazioni eentrali, regionali e locali adottano per gli sviluppi operativi.

Nelle scorse settimane lei ha incontrato il commissario Ue per l’Agenda digitale, Neelie Kroes. Come ha giudicato l’impegno italiano sull’innovazione?

Ho trovato una Kroes del tutto in sintonia con la nostra idea di Agenda come strumento per la costruzione di una Pubblica ammnistrazione più efficiente che attraverso l’uso di tecnologie quali open data e cloud, è in grado di erogare servizi migliori a cittadini e imprese. E, come noi, anche l’Unione Europea vede negli standard di interoperabilità la chiave di volta per un’efficace digitalizzazione della PA e del suo rapporto con cittadini e imprese.

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