IL FOCUS

Life sciences al galoppo grazie all’hi-tech, ma anno zero per le terapie digitali

Secondo i risultati di uno studio del Politecnico di Milano l’innovazione sta trasformando il settore anche se in Italia l’ecosistema deve ancora svilupparsi. Lettieri: “Bisogna accelerare la trasformazione creando maggiore consapevolezza e nuove competenze e mettere a punto normative e regolamenti a livello europeo e nazionale”

Pubblicato il 12 Lug 2022

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Il 46% delle aziende Pharma che operano in Italia riferiscono di aver sviluppato farmaci innovativi, ed il 25% avrebbe già incluso nella propria offerta Terapie Avanzate: sono alcuni dei dati della ricerca presentata oggi dall’ Osservatorio Life Science Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, dal titolo Life Science: cavalcare l’onda dell’innovazione”.

Secondo lo studio, alcune innovazioni si devono ancora affermare in Italia: è il caso ad esempio delle Terapie Digitali, dispositivi medici basati su App e/o videogiochi prescritte dal medico in combinazione a un farmaco o standalone, che nel contesto italiano sono ancora in attesa di rimborsabilità e maggiore chiarezza sul percorso di validazione clinica necessario. Il 36% delle aziende del settore, rivela la ricerca, le considera però tra le priorità per il futuro.

L’ecosistema Life Science è oggi colpito da più onde di innovazione tecnologica sia radicale che incrementale che stanno disegnando nuovi scenari di cura del paziente e dischiudendo nuove opportunità – spiega Emanuele LettieriResponsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. Tutti i player di questo ecosistema sono chiamati a comprendere come cavalcarla, per non rimanerne travolti. Per riuscirci, bisogna accelerare la trasformazione culturale di questo ecosistema, creando maggiore consapevolezza e nuove competenze, sviluppare normative e regolamenti sia a livello europeo sia nazionale e favorire la condivisione di conoscenze, strumenti e best practice su scala almeno europea”.

Il Decentralized Clinical Trial

L’innovazione riguarda anche le modalità con cui sono condotte le sperimentazioni cliniche. L’emergenza sanitaria ha costretto molti centri di ricerca a svolgere alcune fasi da remoto, andando nella direzione dei Decentralized Clinical Trial. Come emerso dalla rilevazione svolta in collaborazione con AME, ANMCO, FADOI, PKE e SIMFER, il 25% dei medici specialisti ha già partecipato a sperimentazioni cliniche con almeno una fase decentralizzata, e il 50% di chi non l’ha ancora fatto sarebbe interessato a farlo in futuro.

In Italia, nonostante i numerosi benefici che i Decentralized Clinical Trial potrebbero apportare alla ricerca clinica, diverse barriere ne limitano ancora l’adozione – dichiara Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Life Science Innovation -. Le più rilevanti riguardano la cultura e le competenze digitali degli attori coinvolti, dai professionisti agli stessi pazienti, l’incertezza legata al quadro normativo e alcune complessità legate alla gestione della privacy e sicurezza dei dati del paziente. È quindi prioritario sviluppare un contesto culturale, organizzativo e normativo che consenta di abbattere queste barriere”.

Pazienti aperti alla sperimentazione

Ma è soprattutto sui pazienti che ci si attende un impatto significativo. Tra i pazienti cronici o con problematiche gravi – coinvolti nella ricerca in collaborazione con AISC, Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA, Onconauti e ROPI – emerge che sei su dieci sono propensi a utilizzare terapie avanzate, se consigliate dal proprio medico. Tre su quattro, invece, sarebbero interessati a prendere parte a una sperimentazione clinica che coinvolga l’utilizzo di tecnologie digitali come i dispositivi indossabili e la tele-visita.

Sorprende il grado di accettazione verso sensori impiantabili o ingeribili: un cittadino italiano su due è predisposto a utilizzare un sensore di questo tipo per raccogliere dati su parametri clinici per monitorare una patologia, se consigliato dal medico curante, mentre per i pazienti coinvolti nella ricerca la propensione è ancora più elevata, e arriva al 62% per i sensori ingeribili.

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