Gartner: “Poggiani dia prova di coraggio sull’Agenda digitale”

Andrea di Maio, vice president per il Public Sector della società di analisi internazionale considera incoraggiante il curriculum del nuovo direttore di Agid. Ma avverte: “Basta tavoli di confronto e task force, la decisioni siano di vertice”. E dà anche la sua ricetta: “L’obiettivo non è fare l’Italia digitale, ma usare le tecnologie per cambiare i processi interni alla PA”

Pubblicato il 30 Lug 2014

Un curriculum incoraggiante. Così Andrea Di Maio, managing vice president for public sector in Gartner Research, definisce il background di Alessandra Poggiani, nominata a capo dell’Agenzia per l’Italia digitale. “L’annuncio – spiega in un post pubblicato sul blog aziendale – è arrivato dopo la candidatura di oltre 150 persone a questo ruolo, lasciato vacante dopo le dimissioni di Agostino Ragosa. È la prima volta che in Italia una donna viene nominata per la posizione più alta nel settore dell’IT e il suo curriculum è molto incoraggiante. Ha vinto la competizione tra un gruppo di persone di alto calibro, tra cui Cio di multinazionali con un profilo globale, Ad di importanti centri di ricerca, professionisti esperti che hanno coperto ruoli esecutivi nei governi precedenti e alcuni consulenti di alto livello ed esperti del settore”.

Di Maio ricorda che ci sono “grandi aspettative sul governo Renzi” per quanto riguarda la riforma della PA e la digitalizzazione e che, in questo senso, Poggiani “si trova ad affrontare una sfida incredibilmente difficile”, seppur in un “contesto favorevole”, che però potrebbe “non essere abbastanza” per consentirle di raggiungere i risultati attesi. Ecco perché l’esperto elenca cinque errori da non fare.

Il primo riguarda il modo di prendere le decisioni. In Italia – secondo Di Maio – c’è una tendenza a coinvolgere troppe persone. Task force, esperti, “tavole possono essere strumenti utili per comunicare le sue decisioni, ma non decidere. “Anche se non stiamo parlando del settore privato, anche nella PA c’è bisogno di coraggio manageriale”, avverte.

Di Maio invita poi a non dare per scontato che persone fuori dal governo sappiano di più rispetto agli “interni”. “Nel settore pubblico – sottolinea – ci sono tante persone con l’esperienza, la passione e le competenze necessarie che hanno solo bisogno di un ambiente favorevole. Allo stesso tempo, l’Italia è piena di sedicenti esperti digitali, molti dei quali hanno guadagnato visibilità attraverso un uso intelligente dei social media ma spesso hanno una scarsa conoscenza delle peculiarità e complessità del settore pubblico”.

Terzo consiglio: non concentrarsi sull’obiettivo di rendere digitale l’intero paese. “Le politiche digitali dovrebbero essere parte integrante dei programmi di tutti i ministeri – evidenzia Di Maio – Il mandato di Alessandra Poggiani dovrebbe essere quello di aiutare a trasformare i processi di governo attraverso la tecnologia digitale, e dovrebbe funzionare a un livello che permetta a tutti gli altri ministeri di raggiungere i proprio obiettivi digitali”.

È necessario poi avere grandi ambizioni. “Capisco che la tentazione per qualcuno di fronte a una grande sfida è quella di concentrarsi sulle cose più semplici che portano i risultati più veloci – ammette – Ho anche il sospetto che questo particolare governo sia alla ricerca risultati immediati da mostrare ai cittadini prima delle prossime elezioni. Ma Poggiani dovrebbe dimostrare che non si tratta di uno sprint ma di una maratona: perché la trasformazione sia sostenibile abbiamo bisogno di cambiare i principi e fondamenti, probabilmente non il compito più facile e veloce da affrontare”.

L’ultimo consiglio riguarda il rapporto con l’Unione europea. “Il fatto che l’Italia abbia la presidenza di turno nella seconda metà dell’anno la rende più esposta a quello che gli altri paesi faranno sul fronte IT. Imparare da ciò che, ad esempio, sta facendo il Regno Unito per quanto riguarda i digital services o sapere dei progetti francesi e olandesi è certamente utile per mettere anche i nostri piani in una prospettiva di lungo periodo”. Sempre, però, guardando alle peculiarità nazionali o locali. “Non dobbiamo dimenticare che oltre 15 anni di e-government – conclude Di Maio – con le sue classifiche, parametri di riferimento e scambi di buone pratiche hanno dimostrato che tra i diversi paesi ci sono differenze fondamentali nei regolamenti, nelle procedure, nella cultura che possono rendere il più grande successo raggiunto in uno stato un imbarazzante fallimento altrove”.

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