IL SONDAGGIO

Innovazione, j’accuse dei manager: “Il governo fa troppo poco contro la burocrazia”

I dati del Global innovation barometer di GE: soltanto il 9% dei dirigenti di Pmi e multinazionali ritiene che Palazzo Chigi stia valorizzando il digitale. “Servono incentivi ad hoc per chi vuole investire”

Pubblicato il 07 Nov 2014

Antonello Salerno

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I processi di innovazione nel Paese sono adeguatamente supportati dal Governo soltanto per il 9% dei dirigenti aziendali italiani. Una percentuale che è notevolmente inferiore a quella che si registra in media nel resto del mondo, che è del 40%. Questo nonostante il 41% degli executives ritenga che il quadro di riferimento sia in Italia favorevole all’innovazione. Tra le curiosità, il fatto che la considerazione dell’Italia come Paese predisposto all’innovazione sia più alto tra i manager che lavorano all’estero rispetto che tra quelli che fanno base nella Penisola. I dati emergono dalla quarta edizione del Global Innovation Barometer di General Electric, presentato oggi a Roma nell’ambito della conferenza internazionale organizzata con il portale di informazione europea EurActiv. Giampiero Gramaglia, direttore di EurActiv, ha moderato la tavola rotonda a cui hanno partecipato Lucio Battistotti, direttore rappresentanza in Italia della Commissione Ue, Ferdinando Beccalli-Falco, presidente e Ceo di GE Europe, Andrea Bairati, direttore Innovazione & education di Confindustria, Ferdinando Nelli Feroci, ex commissario europeo per l’Industria e l’imprenditoria e Francesco Tufarelli, consigliere della Presidenza del Consiglio con delega al semestre italiano di presidenza del Consiglio Ue. A presentare i dati della ricerca è stato Sandro De Poli, presidente e Ad di GE Italia.

Il sondaggio è stato condotto in 26 Paesi dalla società di consulenza e ricerca Edelman Berland per conto di GE, con l’obiettivo di analizzare il cambiamento nella percezione che i “business axecutive” hanno dell’innovazione e dei Big data in un contesto complesso e globalizzato. Lo studio si basa su 3.209 interviste telefoniche dalla durata media di 35-40 minuti, realizzate dal 2 aprile al 30 maggio 2014. Tutti gli intervistati sono direttamente coinvolti nella strategia o nel processo di innovazione della propria azienda. Il 28% delle società coinvolte nella rilevazione opera a livello globale, con un numero medio di 650 dipendenti, per un’età media degli intervistati di 44 anni.

Tra le priorità che il governo dovrà affrontare, l’87% degli intervistati sceglie “il rafforzamento dell’IP per incoraggiare una maggiore collaborazione tra le aziende”, e indica come “priorità principali la necessità di semplificare la burocrazia a favore delle aziende intenzionate ad accedere a finanziamenti e incentivi stanziati per l’innovazione (89%), e di garantire che la riservatezza e i segreti commerciali delle aziende siano adeguatamente tutelati (89%)”.

“Il 50% dei dirigenti in Italia – prosegue il rapporto – ritiene che la politica migliore sarebbe quella di fornire sovvenzioni/titoli preferenziali alle aziende locali e internazionali che desiderano introdurre sul proprio mercato soluzioni innovative, in linea con la media globale del 51%; il 19% invece è più favorevole a fornire sovvenzioni/titoli preferenziali solamente alle aziende locali e per favorire lo sviluppo di soluzioni locali, dato inferiore alla media globale (29%)”.

Il maggior ostacolo ai processi di innovazione, secondo il 41% dei dirigenti che guidano in Italia sia le Piccole e medie imprese sia le multinazionali, è la mancanza di investimenti sufficienti e di supporto finanziario. A seguire c’è la difficoltà di elaborare idee radicali e rivoluzionarie, l’incapacità di trasferire le innovazioni di successo su scala più ampia o internazionale e l’inerzia interna correlata alla mancanza di agilità (tutte al 32%).

Dalla ricerca emerge anche che i dirigenti italiani sono scettici nel riconoscere all’innovazione il ruolo di forza trainante per la competitività e lo sviluppo: soltanto il 50% di loro, infatti, ritiene che l’innovazione aiuti gli italiani a vivere meglio rispetto a 10 anni fa.

Un risultato che si attesta al di sotto della media internazionale, dove la fiducia nell’innovazione appare più forte, e dove lo stesso indicatore ottiene in media una percentuale dell’80%. Quasi due terzi dei dirigenti italiani (60%), inoltre, ritengono che siano le realtà più piccole quali le Pmi e le nuove aziende a trainare l’innovazione in Italia: 19 punti in più rispetto alla media globale (41%).

Il 32% degli intervistati afferma di non aver mai sentito parlare dei “Big data”, che per il 4% sono ancora un concetto astratto (contro il 6% per la media mondiale). Il 20% dei manager italiani ritiene inoltre che la propria impresa sia preparata a cogliere le potenzialità dei Big Data, una percentuale anche in questo caso inferiore alla media mondiale, che è del 25%. Questo a fronte del fatto però che i dirigenti in Italia esprimono una valutazione più positiva in merito alle analisi predittive dei dati rispetto agli altri dirigenti a livello globale: il 61% ritiene che l’uso di analisi dei dati e conoscenze predittive rappresenti una capacità chiave (contro il 53% a livello globale). Il 25% dei dirigenti italiani, infine, dichiara di non aver aumentato, nell’ultimo anno, la propria capacità di analisi sugli insieme di dati complessi, contro il 29% della media mondiale.

“Secondo l’agenda europea dell’innovazione l’Italia è un innovatore moderato – afferma Lucio Battistotti – con un tasso d’innovazione che nel 2013 è calato rispetto agli anni precedenti. I problemi maggiori sono nell’attirare studenti da altri Paesi per i percorsi universitari e post universitari, poi nell’innovazione delle Pmi, mentre rallenta la crescita degli investimenti in venture Capital. In questo quadro, per il futuro – ha concluso – creatività e innovazione devono essere il faro dello sviluppo”.

“Ciò che ci preoccupa sono i disequilibri territoriali nel Paese, con il peggioramento competitivo che è dovuto soprattutto al rallentamento delle regioni che finora avevano trainato, come la Lombardia – sottolinea Andrea Bairati – Avvertiamo un pericoloso gioco al ribasso competitivo. Dopo un percorso durissimo di otto anni abbiamo lasciato sul campo il 25% della capacità produttiva del Paese, per responsabilità oggettiva della base produttiva ma anche a causa del fatto che non c’è un ecosistema favorevole all’impresa e all’impresa che innova. Rispetto a questo quadro – ha concluso – l’innovazione è uno dei più forti antivirali contro la crisi”.

“Dopo anni in cui l’agenda europea è stata monopolizzata dalla messa in sicurezza dei conti pubblici, oggi si può porre una nova attenzione all’economia reale per rilanciare l’industria – commenta Ferdinando Nelli Feroci – su quattro assi portanti: l’accesso al mercato e al credito; L’accesso alle risorse, nello specifico alle materie prime e all’energia; l’alleggerimento degli oneri burocratici, eliminando tutto quello che non è strettamente necessario, e l’innovazione, fattore chiave per il rilancio dell’industria”.

“Il ruolo della grande industria nell’innovazione è fondamentale. Perché solo le realtà più solide possono affrontare il rischio di un errore e correggerlo in corsa – afferma Ferdinando Beccalli-Falco – mentre la piccola e media industria se fa un errore rischia di scomparire. Uno dei problemi è che in Italia non c’è più la grande industria. Oggi siamo alla terza rivoluzione industriale, quella in cui macchine e digitalizzazione si mescolano. E’ l’epoca dei Big data per ottimizzare l’uso delle macchine. Dobbiamo fare in modo che la terza rivoluzione industriale non venga rapita all’Europa, come è invece successo per la seconda, gestita da Stati Uniti e Giappone. Per questo serve collaborazione tra governi e industria privata: i Governi devono creare una cornice di regolazione, e lasciare che i privati intervengano. Ma l’Ue è ancora troppo frammentata – ha concluso – la nostra è l’economia più importante al mondo, e dobbiamo imparare a sfruttare questo fattore. Michelangelo diceva che il più grande pericolo non è nel definire obiettivi troppo alti e non raggiungerli, ma nel definire obiettivi troppo bassi e raggiungerli”.

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