VADEMECUM PER PROFUMO

Noci: “Open data? La PA non è pronta”

Vademecum per Profumo: abbiamo chiesto a esperti e protagonisti del settore Ict quali azioni mettere in campo per spingere l’attuazione dell’Agenda digitale. Ecco la ricetta del professore di Marketing del Polimi ed esperto di e-gov

Pubblicato il 21 Mar 2012

«Gli open data nella PA italiana? Se ne può iniziare a parlare ma prima vanno affrontati altri problemi, come la digitalizzazione del back end». Giuliano Noci, ordinario di Marketing presso il Politecnico di Milano ed esperto di e-government, raffredda gli entusiasmi intorno alla decisione del governo di inserire gli open data fra le priorità dell’agenda digitale.
Professor Noci, l’esecutivo ha fatto male a decidere di spingere sui dati aperti?
Non dico questo. Gli open data sono un valore aggiunto per cittadini e imprese che fruiscono dei servizi pubblici perché semplificano fortemente i processi e li rendono più efficienti, ma non va dimenticato che le PA italiane – fatte le dovute eccezioni – sono spesso a un livello bassissimo di sofisticazione IT per poter pianificare progetti basati su dati aperti.
E allora cosa si dovrebbe fare?
Bisognerebbe affrontare in maniera concreta i problemi legati alla digitalizzazione dei processi di back end. Fino ad oggi le amministrazioni hanno dato priorità all’innovazione del front end che è solo una piccola parte dei programmi di e-gov. Si tratta di una strategia ancora più necessaria in un momento in cui gli enti si trovano in ristrettezze di bilancio e hanno bisogno di generare risparmi, anche tramite l’efficientamento della macchina amministrativa.
Lei dice di agire sul back end che però è fatto di tante cose. Da dove iniziare?
Sono tre le priorità. La prima non è di contenuto, ma più squisitamente di processo e riguarda di sviluppo dell’innovazione che, ad oggi, rimane appannaggio degli enti più virtuosi, spesso “gelosi” delle soluzioni elaborate oppure non in grado di farle replicare, vuoi per motivi economici vuoi culturali. Servirebbe una nuova governance che rilanciasse le pratiche di riuso per mettere i progetti a sistema. La seconda azione da mettere in campo riguarda le attività di riconciliazione dei pagamenti “da” e “verso” la PA: oggi si sprecano molte risorse per la loro gestione. Con l’informatizzazione di queste attività si genererebbero enormi risparmi.
La terza priorità?
Bisogna guardare all’innovazione del comparto pubblico in un’ottica multicanale. Non basta trasferire i servizi sul Web, bisogna creare una rete di sportelli integrativi facendo leva sulla prossimità agli utenti. Penso ai tabaccai piuttosto che agli uffici postali, luoghi dove i cittadini sono abituati ad andare e dove potrebbero dialogare con la PA in maniera più veloce. Innovazione non è solo informatizzazione, ma soprattutto “progresso” nell’erogazione dei servizi.
Ipotizzando un impegno nelle direzioni da lei auspicate, poi gli open data si potrebbero fare?
Bisognerebbe prima mettere ordine sulle banche dati pubbliche (secondo l’ultimo censimento condotto da DigitPA nella sola PA centrale ci sono 1.033 Ced, 82 sistemi elaborativi grandi e quasi 27mila intermedi che costano 450 milioni di euro l’anno ndr) e soprattutto renderli interoperabili, altrimenti qualunque programma “open” rischia di naufragare. Un altro aspetto da tenere in considerazione è la tipologia di informazioni che vanno pubblicate.
In che senso?
Il rischio è che le pubblica amministrazione renda pubbliche info che in realtà non servono a sviluppare servizi innovativi, obiettivo principe delle strategie “aperte” insieme a quello della trasparenza.
Come evitare che ciò si verifichi?
Con linee guida che aiutino gli enti a capire quale dato va pubblico e, allo stesso tempo, li sostenga nell’elaborazioni di informazioni di “qualità”. Infine bisogna lavorare sugli standard: oggi i dati vengono offerti sul Web secondo una molteplicità di formati – molto spesso sono file di dati in formato testo, Excel o Cvs – e ciò certamente non rende agevole la loro consultazione e tantomeno la loro valorizzazione . Bisogna elaborare standard e protocolli di condivisione comuni a tutte le amministrazioni.
A proposito di progetti, come giudica il portale del governo dati.gov.it?
È un’esperienza ancora in embrione: sul sito sono pubblicati 179 datset di 31 amministrazioni. Francamente, è un po’ poco per giudicare.

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